martedì 13 gennaio 2026
Un’indagine tra dolore e speranza: il nuovo libro di Daniele Mencarelli

C'è stato un grande concorso di pubblico alla presentazione in anteprima nazionale del nuovo libro di Daniele Mencarelli che lo stesso scrittore romano ha scelto di lanciare proprio a Firenze.

L'appuntamento si è svolto ieri sera, dopo cena, negli spazi della Libreria universitaria Campus, nel quartiere di Novoli: un luogo familiare per Mencarelli che è tornato su invito del direttore Giampaolo Pampaloni che lo ha intervistato.

Questa volta l'autore, consegnato al successo dal bestseller “Tutto chiede salvezza” diventato anche una serie tv per Netflix, si cimenta con il giallo. Il titolo è “Quattro presunti familiari” pubblicato nel prestigioso ed elegante catalogo di Sellerio, la storica casa editrice siciliana di Andrea Camilleri.

Il romanzo congegna un canovaccio narrativo insolito: fin da subito i lettori sono catapultati in una storia di attesa e suspense che ha i sapori del noir. Nel libro gli “altri” sono persone che hanno subito la sparizione – o meglio sarebbe dire la perdita – di un proprio caro, i cui resti non sono mai stati ritrovati.

Al centro della storia, il maresciallo Damasi e l’appuntato Circosta, chiamati a indagare sul ritrovamento di uno scheletro nei boschi attorno a Norma, in provincia di Latina.

Un racconto intenso e oscuro, che scava tra desiderio e nostalgia del potere, forza e violenza, colpa ed errori. Ma tra le ombre si apre anche uno spiraglio di riscatto e redenzione, quell’istante in cui il male si fa verità e possibilità di luce.

Per entrare di più nell'opera di Mencarelli vi proponiamo la recensione di Massimo Trocchi della Libreria Pellegrini di Pisa dove lo scrittore sarà ospite stasera.

Approda nei blu Sellerio Daniele Mencarelli, e lo fa mantenendo le proprie caratteristiche di “scrittore-lanterna”, che tutti abbiamo imparato ad apprezzare nei suoi - cinque - romanzi Mondadori. Daniele si mette alla prova e congegna un canovaccio narrativo insolito. Inusuale per lui, e nuovo per noi lettori, fin da subito catapultati in una storia di attesa e suspense che - se proprio dovessimo costringere l’opera in un genere codificato - ha certamente i sapori del noir, senza essere un noir.

Se fosse possibile accedere all’officina dei pensieri dove nascono e prendono forma le opere di narrativa, in quella di Daniele ne sorprenderei probabilmente uno emergere tra mille altri.
E’ il pensiero - quasi ossessivo e sempre benevolo - di entrare nel cuore degli altri. E in questo nuovo romanzo questi “altri” sono persone che hanno subito la sparizione - la perdita ? - di un proprio caro, i cui resti non sono mai stati ritrovati.

Siamo a Latina, nelle cui vaste campagne viene ritrovato uno scheletro di donna. Il commissariato locale dei Carabinieri avvia le indagini, e vengono convocate quattro persone: una coppia, un uomo e una donna che, nei decenni precedenti, avevano sporto denuncia di sparizione di un proprio familiare.

Sono i quattro presunti familiari, da cui prende piede l’affascinante titolo del libro. Vite inevitabilmente segnate e corrose dal dolore, dall’incertezza, da una speranza che trova le sue ragioni esclusivamente nella opaca consapevolezza di non aver seppellito ancora nessuno. “Lei sarà - forse - ancora viva”.

I quattro parenti vengono dunque sottoposti all’esame del DNA, da compararsi con quello della vittima, e invitati a rimanere in città sino al termine degli esami strumentali di riconoscimento. Ecco l’asse temporale della narrazione.

Ospitati in un albergo a spese del comune di Latina, i quattro presunti familiari vengono affidati alla sorveglianze del protagonista e voce narrante del romanzo: l’appuntato Circasi, giovane carabiniere, la cui vita affettiva deve trovare ancora il proprio compimento. Una sorveglianza che, nel corso della narrazione si trasforma in cura, attenzione, ansia e apprensione.

Ed ecco che Daniele si fa scrittore-lanterna. Ciò che innanzitutto tiene incollati alle pagine è la sua ormai consueta - ma sempre nuova - capacità di far immedesimare il lettore con le vicende dei protagonisti della narrazione. Daniele indaga senza fare analisi, non ha paura di perlustrare, raccontando, le quotidiane reazioni umane all’accadere del vivere. Daniele non ha paura delle fragilità’, delle bassezze, delle debolezze di ciascuno di noi. Non ha paura degli abissi del cuore.

“Mi sentivo il capofamiglia di quel gruppo umano senza legame alcuno, unito solo da un corpo senza nome.” Ecco che l’appuntato Circasi, nello svolgere il compito di custodia affidatogli dal suo maresciallo, inizia un viaggio dentro gli spaesamenti delle vite dei quattro parenti. Uno spaesamento che è anche il proprio. Dei colleghi carabinieri. Di tutti noi.

Cosi, anche le peggiori azioni compiute dai personaggi sono lette - amate, direi - con lo sguardo di chi sa che all’urto del vivere si risponde per come si può, anche quando non si sa come.
C’è un’amara tenerezza che avvolge l’intero svolgersi degli eventi, sempre disponibile al perdono e al contempo mai indulgente con la propria - e altrui – coscienza.

Quattro presunti parenti è una storia che nel titolo conserva le mai espressamente gridate aspirazioni e sentimenti dell’Autore. Perché siamo tutti un po’ “presunti” alla vita: ci stiamo dentro, la subiamo, vorremmo essere altro da noi, compiamo gesti di cui ci pentiamo. Ne avvertiamo l’incommensurabile sproporzione e , a volte, ci scopriamo un po’ parenti, anche quando parenti non siamo. In perenne attesa di un qualcosa che capace di ricomporre noi a noi stessi.

Con il suo sguardo malinconico e mai decadente Mencarelli, ancora una volta, ci fa entrare nelle pieghe tortuose delle vite quotidiane dei piccoli della storia, le cui storie sembrerebbero perdersi nel suo incessante corso, se non ci fosse chi ancora ha il gusto di “farsi uno” con esse. E raccontarcele.

E’ un 2026 che si apre con un gran bel romanzo, periferico, pieno di storie di uomini e donne spaesati, dannatamente ostinati a non arrendersi all’apparente finitudine delle cose e del vivere di ognuno di noi.

Anche se, per usare un verso di un poeta caro all’Autore, “ (…) dicono che è una stoltezza dirselo”.

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