Bellandi: «Il vero seguire è amicizia, la vera obbedienza è amicizia»
«Il vero seguire è amicizia, la vera obbedienza è amicizia». Attorno a questo passaggio si è raccolta la comunità di Salerno nella celebrazione per il 21° anniversario della salita al Cielo del Servo di Dio don Luigi Giussani e per il 44° anniversario del riconoscimento pontificio della Fraternità di Comunione e Liberazione.
La Santa Messa, presieduta dall’arcivescovo metropolita Andrea Bellandi, si è svolta sabato sera nella cripta di San Matteo del Duomo di Salerno, luogo che custodisce le spoglie dell’apostolo ed evangelista. Un contesto particolarmente significativo, reso ancora più intenso dalla recente notizia della conclusione della fase diocesana dell’Inchiesta in vista della beatificazione e canonizzazione del sacerdote ambrosiano.
«Celebriamo nella Cripta che custodisce le spoglie mortali dell’apostolo Matteo il ricordo annuale del Servo di Dio don Luigi Giussani», ha esordito mons. Bellandi, sottolineando come la coincidenza con l’annuncio della chiusura della fase diocesana renda la ricorrenza «un momento dal significato del tutto speciale».
Nel cuore dell’omelia, l’arcivescovo ha richiamato il senso della Quaresima: «Crescere nella conoscenza del mistero di Cristo e testimoniarlo con una degna condotta di vita». E ha spiegato: «La degna condotta di vita non è anzitutto una coerenza morale – impossibile alle sole forze dell’uomo – ma una vita vissuta nella coscienza e nell’amore a Uno presente, una vita che desidera riconoscerlo e amarlo in ogni istante, nella gioia e nel dolore».
Riprendendo il Vangelo delle tentazioni, mons. Bellandi ha messo in guardia da due rischi: «La prima tentazione è il sospetto che Dio sia un “competitor” dell’uomo», l’idea che affidarsi a Lui significhi perdere qualcosa della propria felicità. «La seconda tentazione – ha aggiunto – è quella dell’autonomia, del fare da sé», mentre la via cristiana passa attraverso l’obbedienza filiale, sul modello di Cristo che rimane unito al Padre.
È proprio in questo orizzonte che si colloca l’affermazione centrale dell’omelia: «Perciò, il vero seguire è amicizia, la vera obbedienza è amicizia». Un passaggio che richiama direttamente l’insegnamento di don Giussani, per il quale l’obbedienza non è sottomissione formale, ma rapporto vivo, appartenenza a una compagnia che conduce a Cristo.
Nel centenario della nascita, il 15 ottobre 2022, Papa Francesco aveva ricordato come il giovane Giussani fosse stato “folgorato” dall’incontro con Cristo, riconosciuto come «centro unificatore di tutta la realtà». Alle esequie del fondatore di CL, l’allora cardinale Joseph Ratzinger aveva invece sintetizzato: «Il cristianesimo non è un sistema intellettuale, ma un incontro; è una storia d’amore; è un avvenimento».
Nella cripta del Duomo di Salerno, quelle parole sono tornate a risuonare come un programma di vita: seguire Cristo dentro una compagnia concreta, dove l’obbedienza prende il volto dell’amicizia e la fede diventa esperienza vissuta nella storia.
Di seguito il testo completo dell'omelia di mons. Bellandi.
Carissimi amici, celebriamo nella Cripta che custodisce le spoglie mortali dell’apostolo ed evangelista Matteo il ricordo annuale del servo di Dio don Luigi Giussani, a 21 anni dalla sua salita al cielo e, contestualmente, i 44 anni dal riconoscimento Pontificio della Fraternità di Comunione e Liberazione. La celebrazione di stasera assume un significato del tutto speciale perché avviene a pochi giorni dall’annuncio della chiusura della fase diocesana dell’Inchiesta in vista della beatificazione e della canonizzazione del sacerdote ambrosiano a noi tutti caro.
«È questo un annuncio – ha detto Davide Prosperi, presidente della Fraternità – che ci riempie di commozione e di gratitudine per il dono che il Signore ha fatto alla Chiesa e al mondo attraverso il carisma di don Giussani, dal quale è sgorgata un’esperienza di cammino cristiano che continua a vivere e a rinnovarsi in tutto il mondo nella sequela al Papa e ai suoi Vescovi. Continuiamo a pregare affinché la Chiesa accolga presto tra i suoi Santi don Giussani, che con la sua testimonianza ci ha insegnato a conoscere e amare Gesù Cristo, presente qui e ora, e salvezza per tutti gli uomini e le donne di ogni tempo». Una testimonianza che ci ha insegnato a conoscere e amare Gesù Cristo, presente qui e ora. È quanto la Colletta della 1° domenica di Quaresima pone quale scopo di questo periodo del tutto particolare dell’anno liturgico: «Concedi a noi tuoi fedeli di crescere nella conoscenza del mistero di Cristo e di testimoniarlo con una degna condotta di vita». Tutta l’esistenza di Don Giussani è stata vissuta alla luce di questo duplice aspetto: conoscere Cristo e testimoniarlo.
Nel centenario della sua nascita, il 15 ottobre del 2022, papa Francesco ebbe a dire durante l’Udienza ai membri di CL: «da ragazzo, a soli quindici anni, era stato folgorato dalla scoperta del mistero di Cristo. Aveva intuito – non solo con la mente ma con il cuore – che Cristo è il centro unificatore di tutta la realtà, è la risposta a tutti gli interrogativi umani, è la realizzazione di ogni desiderio di felicità, di bene, di amore, di eternità presente nel cuore umano. Lo stupore e il fascino di questo primo incontro con Cristo non lo hanno più abbandonato. Come disse alle sue esequie l’allora Cardinale Ratzinger: “Sempre don Giussani ha tenuto fisso lo sguardo della sua vita e del suo cuore verso Cristo. Ha capito in questo modo che il cristianesimo non è un sistema intellettuale, un pacchetto di dogmi, un moralismo, ma che il cristianesimo è un incontro; una storia d’amore; è un avvenimento”. Qui sta la radice del suo carisma. Don Giussani attraeva, convinceva, convertiva i cuori perché trasmetteva agli altri ciò che portava dentro dopo quella sua fondamentale esperienza: la passione per l’uomo e la passione per Cristo come compimento dell’uomo.»
A partire dal tempo del seminario, don Giussani si accorse di come Cristo fosse la risposta a tutte le domande, i desideri e le attese del cuore e come solo in lui la nostra umanità potesse trovare compimento e pienezza di vita. E quello che lui continuamente scopriva della persona di Cristo desiderava comunicarlo ad altri, per riscoprirlo nuovo a sua volta. Come è scritto nel testo Qualcosa che viene prima: «La posizione migliore per poter capire quello che ci viene detto è, paradossalmente, la passione di comunicarlo agli altri la passione di comunicare ad altri quello che ci è dato di sperimentare».
Ritorniamo alla nostra preghiera: «Crescere nella conoscenza del mistero di Cristo e testimoniarlo con una degna condotta di vita». La testimonianza con una degna condotta di vita è la testimonianza di una vita vissuta nella fede, nella certezza, cioè, della compagnia di Cristo presente qui e ora. La degna condotta di vita non è anzitutto una coerenza morale – impossibile alle sole forze dell’uomo – ma una vita che si svolge nella coscienza e nell’amore a Uno presente, una vita che desidera riconoscerlo e amarlo in ogni istante, nella gioia e nel dolore, nelle pieghe e piaghe dell’esistenza: Fac ut ardeat cor meum in amando Christum Deum, ut sibi complaceam, come si ascolta nello Stabat Mater di Dvorak. «Fa’ che arda tutta la mia persona nell’amare Cristo Dio, perché io Gli piaccia, Gli dia lode, collabori alla Sua gloria. E la gloria di Cristo è nella storia».
Questo chiede di vincere due tentazioni, e oggi il Vangelo ci ricorda come anche Gesù sia stato tentato. La prima tentazione è il sospetto che Dio sia un “competitor” dell’uomo, la sottile tentazione dei progenitori (è il peccato originale) che fidarsi di Dio equivalga a privarsi dell’esperienza della felicità, del gusto del vivere. Al contrario. Ma occorre necessariamente passare dalla porta stretta della consegna di sé al suo volere e questo costa, perché molto facilmente noi pensiamo di conoscere la strada per la nostra felicità e di poterla realizzare con le nostre mani.
La seconda tentazione, conseguenza della prima, riguarda la strada chiesta per vivere questa consegna di sé nella fiducia al Padre: è quella dell’obbedienza, non del fare da sé, dell’essere per così dire autonomi. A questa tentazione fu sottoposto anche Gesù: se tu sei Figlio di Dio – e lui lo era – “di' che queste pietre diventino pane”, gèttati giù dal pinnacolo del Tempio, adora Colui che è il padre della menzogna. Come Gesù affronta e vince le tentazioni? Rimanendo unito al Padre, obbedendo a Lui, ascoltando e accogliendo la sua parola. È il rapporto vivo con il Padre che gli permette di non essere ingannato e di non fare della sua “figliolanza” un pretesto per ottenere un falso potere e un’illusoria gratificazione. Questo, amici, pur nell’ovvia grande distinzione, vale anche per noi. Guai a pensare di poter sperimentare quanto ci è stato promesso a prescindere dal mantenere vivo il legame con quella storia e quei volti attraverso i quali tale promessa ha fatto irruzione storicamente nella nostra vita.
Si legge in un altro testo di don Giussani, Si può vivere così?: «Un io solitario è un io perduto. Così l’io che non è solitario viene creato in una compagnia, da una compagnia che è amicizia e l’amicizia è creata da una obbedienza. La parola obbedienza non è niente altro che la virtù dell’amicizia». E ancora, sempre in questo testo – e ciò risulta significativo particolarmente oggi, nella vita del Movimento: «Quando una convivenza è concepita e voluta, è impostata come cammino verso Gesù, verso il destino incarnato – non verso il destino, ma verso il destino incarnato cioè verso l'uomo Gesù –, prima di tutto uno non si può più ritirare, non si può più isolare. Se si isola non appartiene più alla compagnia. E quando c'è qualcheduno che facesse così perché è un momento brutto, bisogna aiutarlo nei limiti del possibile, non esserne come sconcertati. In una compagnia vera uno che si pone da solo squassa tutto. E normalmente uno che fa così, o lo fa perché è un momento di tentazione per lui e dopo ne ha dolore e piange, oppure lo fa apposta per mettere in impiccio gli altri, per affermar sé stesso».
Perciò, il vero seguire è amicizia, la vera obbedienza è amicizia. Quella che si chiama obbedienza è veramente l’amicizia e infatti san Paolo, parlando di Gesù, ha detto che, volendo bene al Padre (a Colui che gli stava davanti, prima di Lui), si è fatto “obbediente fino alla morte”, fino a dare la vita.
