venerdì 12 dicembre 2025
Un centro culturale per San Miniato: «Da qui riparte il dialogo»

In un tempo in cui tutto si consuma nello spazio di pochi minuti, la nascita di un nuovo Centro Culturale è più di una buona notizia: è un segno di speranza.

Come ricordava Davide Prosperi nel suo intervento all’Associazione dei Centri Culturali Italiani lo scorso maggio, oggi c’è un’urgenza evidente di luoghi in cui la cultura non sia ridotta a opinione o intrattenimento, ma torni a essere un atto di testimonianza: un modo per guardare la realtà senza censura, educare al giudizio e generare persone libere, capaci di affrontare la complessità del mondo senza smarrirsi.

Abbiamo bisogno – come il pane – di spazi che aiutino a fare comunità, a fermarsi, a incontrarsi e a riaprire cammini dentro una società spesso disorientata. Una cultura vera nasce dalla vita e dalla relazione: non da un progetto astratto, ma da persone che si coinvolgono, che si lasciano provocare dalla realtà e che si mettono insieme per affrontarla.

Questo spirito anima anche la nascita del nuovo Centro Culturale di San Miniato, nella diocesi della provincia di Pisa.

Il Centro esordirà nei prossimi giorni con due appuntamenti significativi: un incontro sulla pace e la presentazione dell’ultimo romanzo di Emmanuel Exitu. Un percorso frutto di una lunga gestazione, di un lavoro condiviso dai soci fondatori e della stesura di uno statuto.

Di tutto questo abbiamo parlato con Benedetta Panchetti, presidente del Centro Culturale San Miniato e ricercatrice universitaria.

Negli ultimi anni molti territori hanno riscoperto il valore dei centri culturali. Da quale esigenza concreta nasce il vostro? Qual è stato il bisogno – personale ed ecclesiale – che vi ha messo in movimento fino a dare vita a un Centro Culturale a San Miniato?

«Già prima del Covid, dal 2016/2017, io e Micaela, responsabile della libreria della cooperativa La Pietra d’Angolo, avevamo iniziato a proporre incontri culturali con il supporto della cooperativa stessa. Eravamo spinte dal desiderio di far conoscere nella nostra diocesi esperienze della Chiesa anche lontane da noi. Anche per ragioni lavorative, mi ha sempre colpito, ad esempio, come si vive la fede in Medio Oriente: abbiamo invitato il patriarca Pizzaballa, allestito una mostra sull’esperienza dei francescani, coinvolto esperti di geopolitica.
A un certo punto ci siamo rese conto che due persone sole non potevano sostenere un’attività culturale così ampia: serviva una struttura e una rete di rapporti umani. Questo desiderio, che non si era mai spento, è tornato vivo dopo la pandemia e ha iniziato a prendere forma concreta quest’anno. Nasce tutto da lì: dalla necessità di dare stabilità e continuità a uno sguardo culturale radicato nella vita della Chiesa e, “dall’obbedienza ad un’amicizia”, come mi spiegava Milco, il tesoriere, quando ha accettato di far parte di questa avventura, che, come dice lui, “ha avuto l’effetto di un attestato del Creatore”. Siamo partiti da questo».

La cultura autentica è sempre un atto di testimonianza, capace di affrontare il reale senza ridurlo. La vostra prima iniziativa pubblica sarà un incontro dedicato alla pace, in un momento storico segnato da conflitti e polarizzazioni. Perché avete scelto di inaugurare il vostro cammino proprio con questo tema? Quale sguardo desiderate offrire e che contributo può dare un centro culturale in un contesto così drammaticamente complesso?

«Siamo partiti guardando le urgenze che il mondo ci pone davanti: in particolare la guerra a Gaza, ma anche altre tensioni radicate nel tempo. Volevamo però offrire uno sguardo che tenesse conto anche della posizione della Chiesa nei contesti di conflitto.
La giornalista Maria Acqua Simi di Tracce che interverrà vive e lavora da anni in Medio Oriente e ha raccolto molte testimonianze in territori segnati dalla guerra. Come diceva Chiara, la vice presidente, nel descrivere i motivi per cui si è voluta mettere in gioco, desideriamo proporre uno sguardo diverso, che nasce da persone con una visione cristiana della vita, ma che non esclude chi semplicemente crede nella non violenza come possibilità umana. Vogliamo partire dalla fede vissuta, ma mostrare tutta la complessità della realtà, comprese le scelte di uomini e donne di altre religioni che rifiutano la guerra. È un modo per dire che ciò che non è inferno può aiutarci a vivere le nostre circostanze quotidiane».

La cultura cresce dove c’è dialogo, non specialismo chiuso. Il 20 dicembre ospiterete Emmanuel Exitu con il romanzo La profezia della luce. In che modo la presentazione di libri – e in particolare questo – si inserisce nel vostro progetto culturale? Che tipo di domande sperate possano emergere da un incontro così?

Desideriamo presentare libri che permettano un dialogo aperto, non riservato agli esperti: la cultura riguarda tutti.
Il romanzo di Exitu ci è sembrato un’ottima occasione per porre domande grandi sulla vita. L’ambientazione è natalizia, ma il libro non è “religioso” in senso stretto: propone interrogativi che toccano i desideri, i segni, le attese di ciascuno. Per noi è un modo per generare confronto e offrire contenuti di qualità».

Sempre di più si avverte la necessità di luoghi in cui si possa educare allo sguardo e al giudizio, senza la fretta del “tutto e subito”. Quali sono gli obiettivi che vi date per il nuovo anno? Che tipo di percorsi immaginate per aiutare le persone a fermarsi, approfondire e non scivolare nella superficialità diffusa?

«Vorremmo organizzare eventi che aiutino le persone a non cedere alla superficialità. I soci sono uniti da una fede condivisa e dal desiderio di affrontare temi di attualità lasciandosi interrogare dalla fede, senza pretendere risposte immediate. Vogliamo proporre un metodo: un modo di guardare la realtà che richiede tempo, profondità e ascolto.
Da un incontro possono nascere relazioni, idee, percorsi nuovi. Lo abbiamo già visto nel nostro percorso interno, nel Consiglio direttivo. Questa visione è stata condivisa da tutti».

La cultura diventa vita quando incontra la realtà concreta in cui si vive. Come descriveresti il contesto sociale, economico e culturale della vostra diocesi? Quali sfide e quali opportunità apre per un centro culturale che vuole dialogare con il territorio senza perdere l’ampiezza dello sguardo?

«La nostra diocesi è fatta di paesi e cittadine, non di capoluoghi. Non ci sono università o grandi istituzioni, ma siamo vicini a realtà maggiori e viviamo in un territorio industriale legato alla concia e alla calzatura. Ci si muove molto per studio e lavoro, siamo in continuo dialogo con altri contesti.
C’è anche una forte dimensione internazionale, legata agli scambi commerciali. Il Centro può diventare un luogo dove condividere queste esperienze e interrogarsi su come uno sguardo cristiano possa incidere sul lavoro, sulla cura del territorio, sui rapporti con gli immigrati».

Nessuna opera culturale cresce nell’isolamento. Anche voi avete espresso il desiderio di entrare in rete con altre realtà regionali e nazionali. Come state impostando questo lavoro? Con quali centri avete già avuto contatti e quali collaborazioni immaginate?

«Sin dall’inizio abbiamo guardato ai centri culturali più vicini, anche solo per questioni pratiche come la stesura dello statuto. Ci siamo chiesti chi, prima di noi, avesse cercato di trasformare la fede personale in cultura. L’associazione dei centri culturali, così come i centri di Pisa, Firenze, Cecina, sono stati un riferimento naturale. Siamo una “terra di mezzo” e ci viene spontaneo immaginarci in relazione con gli altri».

Infine la cultura nasca da persone concrete che si assumono una responsabilità. Potete presentarci la struttura del vostro Centro Culturale? Chi sono i soci fondatori e come è composto il Consiglio direttivo? Quali competenze e sensibilità portano dentro questo progetto?

«Partire con ventuno soci fondatori, tutti con lavori diversi, non è stato semplice: ricercatori, ingegneri, avvocati, commercialisti, sacerdoti, insegnanti. Ma è proprio questa varietà la ricchezza del Centro. Il Consiglio direttivo è composto da:
Vicepresidente: Chiara Lapi, ricercatrice universitaria
Tesoriere: Milco Rabai, artigiano
Segretaria: Maria Casale, insegnante
Nel direttivo ci sono anche:
don Francesco Ricciarelli, direttore dell’Ufficio diocesano comunicazioni e cultura;
Michele Fiaschi, giornalista esperto di storia e politica;
Micaela Dello Strologo, responsabile della libreria della cooperativa La Pietra d’Angolo.
Tra i soci fondatori c’è anche un commercialista: ha letto la bozza dello statuto, l’ha corretta e poi ha chiesto lui stesso di entrare nel gruppo. Il Centro, naturalmente, è aperto a tutti».

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