giovedì 17 settembre 2026
Le Civette, una chiusura che interrompe relazioni e lascia senza certezze

Il 31 dicembre non sarà soltanto la data di cessazione di un servizio. Per la RSA Le Civette di San Salvi sarà il giorno in cui una comunità costruita nel tempo verrà dispersa.

L'ASL Toscana Centro ha infatti confermato la volontà di chiudere definitivamente la struttura entro la fine dell'anno. Il gestore Proges ha annunciato l'intenzione di avviare una procedura di licenziamento collettivo per 29 lavoratrici e lavoratori. Attualmente sono 19 gli anziani ospitati nella RSA. Persone che dovranno essere trasferite altrove, interrompendo rapporti quotidiani costruiti spesso nell'arco di mesi o anni.

È difficile, davanti a una decisione simile, fermarsi alla parola «inagibilità» o a una pratica amministrativa. Perché una RSA non è semplicemente un immobile. È una casa per persone fragili. È fatta di volti conosciuti, abitudini, gesti ripetuti ogni giorno, operatori che diventano punti di riferimento.

Lo racconta bene anche il caso di Mirella, 93 anni, raccontato dal Corriere Fiorentino: ogni mattina viene assistita dalla stessa operatrice, con la quale ha costruito un rapporto di fiducia. Il figlio Marco Papini ha spiegato che perdere quegli operatori sarebbe particolarmente difficile per una donna con decadimento cognitivo, che ha bisogno di continuità e stimoli.

Le persone, però, non sono pacchi da spostare.

Una storia che viene da lontano

La vicenda delle Civette non nasce oggi.

Già nel 2011 un precedente progetto di chiusura della struttura aveva provocato la mobilitazione di lavoratrici, lavoratori, famiglie e associazioni del territorio. Un presidio arrivò anche in piazza della Signoria. La struttura rimase aperta.

Poi è arrivato il progressivo ridimensionamento.

Nel 2023 un'intera ala della RSA venne chiusa per lavori e la capienza passò da 40 a 20 posti. Secondo la ricostruzione pubblicata dal Comune, quella riduzione era stata indicata inizialmente come «temporanea». Nel frattempo il Centro Diurno Alzheimer, che disponeva di 15 posti, è stato trasferito a Montedomini e successivamente formalmente cessato.

La domanda sollevata nei mesi scorsi da famiglie e sindacati è semplice: se la riduzione era temporanea, perché non si è tornati ai 40 posti?

Nel frattempo, nel 2026, sono aumentate le preoccupazioni sul futuro dell'intero complesso di San Salvi. A giugno si è costituito il Comitato dei Parenti, che ha chiesto un confronto sul futuro della struttura. Il 28 agosto il Corriere Fiorentino raccontava la crescente preoccupazione delle famiglie, ricordando anche che nell'area erano previste altre destinazioni d'uso.

Poi sono arrivate le proteste.

Familiari e sindacati hanno portato la loro voce davanti alla Regione Toscana e a Palazzo Vecchio, chiedendo di salvaguardare la RSA, i posti letto e il lavoro degli operatori. Un presidio davanti alla Regione ha raccolto anche una petizione con centinaia di firme. In quell'occasione era presente anche don Pierfrancesco Amati, parroco di San Salvi, che ha espresso pubblicamente la speranza che si potesse ancora trovare una soluzione.

La speranza, però, si è scontrata con la conferma della chiusura.

Il danno più grande lo pagheranno gli anziani

La questione non riguarda soltanto il trasferimento fisico degli ospiti.

Il Corriere Fiorentino ha evidenziato anche il possibile aumento delle rette. Attualmente, secondo quanto riferito dal figlio di una delle ospiti, la quota è di circa 53 euro al giorno, poco più di 1.600 euro al mese; il trasferimento in un'altra struttura potrebbe portare la spesa verso i 2.000 euro mensili.

Ma il costo più difficile da quantificare è quello umano.

Un anziano fragile non perde soltanto una stanza: rischia di perdere gli operatori che conosce, gli altri ospiti con cui ha condiviso la quotidianità, i ritmi che gli danno sicurezza, il quartiere e quella rete di relazioni che negli anni è diventata parte della sua vita.

E c'è un altro elemento: la RSA Le Civette rappresenta una delle strutture con le quote sociali più basse del territorio fiorentino. La sua chiusura, secondo quanto evidenziato dalla Fp Cgil, rischia quindi di impoverire ulteriormente un'offerta residenziale già segnata dalle difficoltà e dalle liste d'attesa.

E poi ci sono 29 lavoratori

Dall'altra parte ci sono gli operatori.

Ventinove persone che oggi non hanno una garanzia concreta sul proprio futuro occupazionale. Proges ha annunciato la procedura di licenziamento collettivo legata alla cessazione dell'attività. L'ASL ha manifestato una disponibilità di massima a individuare soluzioni per il ricollocamento, ma al momento dell'ultimo incontro non risultava ancora presentato un piano concreto sulle modalità, sui tempi e sulle condizioni per garantire continuità occupazionale e salariale.

Non è un dettaglio.

Molti di questi lavoratori hanno un'anzianità di servizio compresa fra 10 e 20 anni, con scatti salariali e diritti acquisiti. Il sindacato Cub ha sottolineato le difficoltà di un eventuale ricollocamento in altre cooperative, proprio perché non è scontato che vengano mantenute tutte le condizioni maturate.

Così, al danno per gli anziani si aggiunge l'incertezza per chi, per anni, si è preso cura di loro.

Una comunità che rischia di essere cancellata

C'è poi un aspetto meno visibile, ma non per questo meno importante.

Le Civette è diventata nel tempo un luogo di relazioni.

Anche il parroco di San Salvi, don Pierfrancesco Amati, si era esposto personalmente per scongiurare la chiusura. Non lo ha fatto da osservatore esterno: nella RSA si reca ogni settimana per il suo ministero sacerdotale, incontrando gli anziani, ascoltandoli, accompagnandoli.

E proprio alle Civette, nell'ultimo anno, alcuni amici di Comunione e Liberazione avevano iniziato a svolgere ogni mese il gesto della caritativa. Un gesto semplice e concreto: andare incontro alle persone, condividere un tempo, riconoscere in chi è più fragile una persona da accompagnare e non semplicemente da assistere.

Con la chiusura della struttura, anche questa esperienza rischia di interrompersi.

Non si tratta, dunque, soltanto di chiudere un edificio. Si interrompe una trama di rapporti che si era costruita intorno alle persone.

E questo è forse il punto più difficile da accettare.

La domanda che resta

Le ragioni tecniche addotte per la chiusura riguardano l'adeguamento dell'immobile, la sicurezza e gli investimenti necessari. L'ASL ha spiegato di aver valutato gli interventi necessari e la destinazione futura degli spazi di San Salvi.

Ma proprio per questo la domanda resta aperta: era davvero inevitabile che la soluzione fosse la chiusura della RSA?

Perché prima di essere un problema edilizio, Le Civette è un problema di persone.

Ci sono 19 anziani da accompagnare, 29 lavoratori da tutelare, famiglie che chiedono continuità e un territorio che ha bisogno di servizi per la non autosufficienza.

La scelta di chiudere può essere formalmente motivata sul piano tecnico e amministrativo. Ma questo non cancella le conseguenze sociali della decisione.

E non cancella ciò che in questi anni si è costruito.

Una RSA non è soltanto un insieme di posti letto. È una comunità. E quando una comunità viene dispersa, non esiste nessun atto amministrativo capace di ricostruire automaticamente ciò che è stato perduto.

Per questo la vicenda delle Civette merita ancora un confronto vero, pubblico e trasparente: non soltanto sul destino di un immobile, ma sul modello di cura che Firenze vuole offrire ai suoi anziani e sulle garanzie che intende assicurare a chi, ogni giorno, si prende cura di loro.

La data del 31 dicembre si avvicina. E con essa il rischio che, insieme alle porte della RSA, si chiuda anche una storia di relazioni che avrebbe meritato di essere custodita.

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