“Il mio impegno politico è nato dopo le bombe di via dei Georgofili”

Il ricordo dell’attentato compiuto da Cosa Nostra ventisette anni fa e delle sue cinque vittime è ancora ben presente e vivo nel cuore dei fiorentini ed anche di Monia Monni, consigliere regionale della Toscana, che il 27 maggio 1993 era soltanto una studentessa dell’Istituto Magistrale di Ponte Santa Trinita. A lei mi sono rivolto in occasione del ventisettesimo anniversario di una strage che poi è alla base del suo futuro impegno sociale e politico.

I fatti sono a tutti noti. È da poco passata l’una. Un Fiorino, carico di esplosivo ad alto potenziale è parcheggiato in via dei Georgofili, a pochi metri dagli Uffizi, nel pieno centro di Firenze. Una violenta deflagrazione distrugge la Torre dei Pulci, sede dell’Accademia dei Georgofili. Perdono la vita Fabrizio Nencioni, la moglie Angela e le loro due figlie, Nadia, 9 anni, e Caterina, nata da appena 50 giorni. Muore anche lo studente di architettura Dario Capolicchio. Altre 41 persone rimangono ferite.

Ingentissimi i danni anche ad alcuni ambienti della Galleria degli Uffizi e del Corridoio Vasariano: il 25 per cento delle opere d’arte presenti viene danneggiato. I capolavori più importanti, protetti dai vetri di protezione che attutiscono l’urto, si salvano, ma alcuni dipinti vanno perduti per sempre. Restano danneggiati anche Palazzo Vecchio, la chiesa di S. Stefano, Ponte Vecchio e le abitazioni circostanti, moltissime famiglie restano senza un tetto.

A ordinare la strage fu Cosa Nostra, che voleva così condizionare il funzionamento degli istituti democratici e lo svolgimento della vita civile del Paese e ottenere un allentamento del regime del 41 bis.

Quella mattina, Monia trova una città blindata. “Le finestre della scuola erano esplose – racconta -. I vetri brillavano sulla strada. C’era un silenzio irreale. Ragazzi e professori erano sul marciapiede e fissavano quelle finestre rotte senza la forza di pronunciare una parola.

“Stemmo così, immobili, per più di 2 ore. Solo quando ci dettero accesso alle aule, accompagnati dalla prof di filosofia, per le scale esplosero i perché. Non c’erano risposte, il legame tra le bombe siciliane e Firenze sembrava impossibile da ipotizzare, eppure si faceva spazio nelle nostre teste. Avevano violato le nostre vite, la nostra quotidianità, erano arrivati fino a noi. Quando fu chiaro quello che era successo, capimmo, giovanissimi, che quella storia di sangue non poteva non riguardarci. Avevano portato la minaccia e la paura nelle nostre vite. Dovevamo fare qualcosa. Ci riguardava. Riguardava ognuno di noi”.

Monia era nel pieno dell’adolescenza ma si rese conto che quelle bombe imponevano un impegno diretto: “Io ero una ragazzina sveglia, leggevo i giornali, avevo letto qualche libro d’ispirazione, per così dire. Avevo una forma di intolleranza genetica contro le ingiustizie. E avevo una vaga coscienza politica e una marcata coscienza civile. Ero predisposta, diciamo. Lo ero perché vivevo in una periferia da manuale, dove la droga si era portata via una generazione intera, dove era apparsa, come una minaccia ancora incomprensibile e quindi ancora più spaventosa, la parola AIDS”.

Per parlare di tossicodipendenza a Campi Bisenzio invitò Ferdinando Aiuti ma “furono quelle bombe, fu la curiosità di andare ad approfondire quelle due meravigliose figure di Falcone e Borsellino, uomini di uno spessore incredibile”, a indurla a impegnarsi in prima linea. “E fu la curiosità a spingermi a voler capire cosa fosse questa Cosa Nostra che sfidava Stato e Istituzioni, che versava sangue sulle strade e sfacciatamente chiedeva allo Stato di essere sua pari a farmi capire che la Democrazia, quella cosa che ci permette di vivere ed esprimerci liberamente, era in pericolo ed aveva bisogno di essere difesa da ciascuno di noi. Anche da me”.

Da questa consapevolezza nacque l’incontro con il magistrato Antonino Caponnetto. “Nonno Nino, come si faceva chiamare dai ragazzi era già anziano, ma aveva piccoli occhi nei quali brillava una luce di intelligenza incredibile. Era una persona semplice e profonda e sapeva parlare alla mia generazione”. Monia ancora ricorda le parole che lo stesso Caponnetto pronunciò in apertura del primo Vertice sulla legalità a Firenze il 20 novembre 1999 dal titolo eloquente: Uomini e donne di buona volontà se ci siete battete un colpo!

Ragazzi, godetevi la vita, innamoratevi, siate felici ma diventate partigiani di questa nuova Resistenza, la Resistenza dei valori, la Resistenza degli ideali. Non abbiate mai paura di pensare, di denunciare e di agire da uomini liberi e consapevoli. State attenti, siate vigili, siate sentinelle di voi stessi! L’avvenire è nelle vostre mani. Ricordatelo sempre!”.

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