“Non sono un eroe. La mia forza è la fede”

Giovanni Cioffi è un medico di 40 anni. Da metà febbraio è in servizio come pneumologo presso l’Ospedale Monaldi di Napoli, dopo tre anni trascorsi in Lombardia prima in Valtellina e poi al Niguarda di Milano. Un ritorno al Sud, Giovanni originario di Cervinara in provincia di Avellino, coinciso con l’esplosione dell’emergenza sanitaria. La luna di miele, quindi, è durata meno di un mese. Dal Monaldi è passato in forze all’Istituto Cotugno, un’eccellenza nazionale nella lotta alle malattie infettive, dove è stato assegnato all’unità intensiva – respiratoria a cui vengono destinati i pazienti critici. Da inizio marzo, perciò, per Giovanni è iniziata un’avventura nell’avventura. Lavora anche tre notti a settimana in un reparto composto da due padiglioni per un massimo di 36 posti letto che ospitano malati Covid e casi sospetti in attesa del responso del tampone.

“Quando è iniziata l’emergenza – racconta Giovanni – non nascondo che ho avuto un po’ di preoccupazione, soprattutto legata alla possibilità di danneggiare i miei familiari. Poi è prevalsa la passione per il mio lavoro che svolgo in una struttura assolutamente efficiente. Io e i miei colleghi siamo stati messi nelle migliori condizioni di sicurezza per poter operare con i pazienti”. Ovviamente non è tutto così semplice. In casa a Montesarchio, in provincia di Benevento, dove ogni sera lo attendono la moglie Marialuisa e due figli, Giovanni vive in autoisolamento: mangia e dorme da solo ed ogni settimana effettua il tampone a cui, per fortuna, è sempre risultato negativo. Anche i turni di lavoro sono stati stravolti. “Quand’ero a Milano – ricorda – mi capitava di fare soltanto una notte al mese”.

Ora tutto è cambiato e non mancano i momenti bui. “Il peggiore è stata la perdita di un ragazzo di 32 anni con due figli che lo aspettavano a casa”. Ma ci sono anche le belle notizie: “Proprio ieri padre e figlio sono stati dimessi dal nostro reparto perché sono guariti. Li abbiamo salutati con una standing ovation molto emozionante”.

Nonostante la fatica e la tensione, Giovanni ci tiene a sottolineare che fa parte di una bella squadra, composta da tanti medici e infermieri giovani e capitanata dal primario Giuseppe Fiorentino, “un gran lavoratore. E’ il primo ad arrivare e l’ultimo ad andare via. Il suo è un esempio che ci infonde tanta sicurezza”.

Ma a che punto della notte siamo? Quando glielo chiediamo Giovanni non usa mezzi termini. “Dovremmo aver superato il picco ed essere al plateau, salvo comportamenti irresponsabili delle persone che potrebbero farci tornare alla fase aggressiva del virus. I miglioramenti si vedranno ma saranno molto graduali. Ci vuole cautela e pazienza perché conosciamo molto poco di questa malattia. Stiamo affinando la terapia ma non abbiamo ancora il vaccino”. L’altro grande problema, dice Giovanni guardando al di là dell’ospedale in cui opera, sarà la crisi economica. “Anche quando avremo zero contagi la gente non tornerà subito ad affollare le pizzerie o i ristoranti. Il momento sociale che ci apprestiamo a vivere sarà terribile. Per i privati e le partite Iva sarà un dramma pazzesco”.

Non potevamo concludere la nostra chiacchierata con Giovanni senza chiedergli dove trova la forza per entrare in corsia ogni giorno. “La fede mi aiuta tanto – confessa senza timore -. Senza il Signore non si va da nessuna parte. Ieri sera, entrando nella medicheria, mi ha confortato vedere appeso alla parete un rosario. Come Maria anche noi siamo strumenti nelle mani di Dio. Non sono un eroe, faccio soltanto il mio lavoro”. Accanto alla fede c’è anche la solidarietà. “Stiamo ricevendo tanti attestati di affetto e di stima da parte di aziende e di privati cittadini. Ci hanno fatto recapitare anche delle mascherine colorate che ravvivano le nostre tute e i nostri reparti”.

 

 

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