La Pasqua a porte chiuse

Quella del 2020 sarà ricordata come la prima Pasqua a porte chiuse dell’era cristiana. Dall’editto di Costantino del 313 d.C., infatti, non era mai accaduto che la Chiesa avesse rinunciato a celebrare solennemente la festa del Cristo risorto. Sono gli effetti collaterali del coronavirus. A iniziare dal Vaticano, passando per la Terra Santa, fino a tutte le chiese parrocchiali, i riti della Settimana Santa andranno avanti, ma senza la partecipazione fisica dei fedeli che dovranno restare a casa per seguirle soltanto attraverso i social o youtube.

Rinunciare alla messa domenicale e ai riti pasquali è stata una decisione molto sofferta ma altrettanto convinta da parte delle autorità ecclesiastiche italiane che hanno aderito alle disposizioni governative con l’obiettivo di limitare il contagio. D’altronde, a dare l’esempio è stato Papa Francesco: chiusa piazza San Pietro, le Udienze generali del mercoledì e l’Angelus della domenica si tengono nel chiuso del Palazzo apostolico e vengono rilanciati all’esterno dai mezzi di comunicazione. Molto gettonata è anche la messa mattutina di Bergoglio che viene trasmessa quotidianamente in tv e che sta registrando ascolti molto alti.

Nonostante la Chiesa cerchi in ogni modo di non lasciare soli i suoi fedeli, soprattutto attraverso la rete di attività caritative rivolte ai più fragili, c’è stato qualcuno che si è dato molto da fare per riaprire le celebrazioni in occasione della Pasqua. Capofila di questa idea è stato Matteo Salvini che, quasi in solitaria, si è detto a sostegno delle richieste “di coloro che dicono di poter entrare in chiesa, seppur ordinatamente, con le distanze di sicurezza, per la Messa di Pasqua, magari un po’ alla volta, in quattro o cinque”. Per l’ex ministro degli Interni, “rispettando le distanze, in numero limitato, la santa Pasqua per milioni di italiani può essere un momento di speranza”.

Come se non bastasse, a ruota Forza Nuova ha annunciato una processione a San Pietro per domenica prossima, come sfida simbolica ai divieti imposti dal Governo. La mobilitazione, si legge in una nota, è stata organizzata “contro gli arresti di massa, contro la quarantena, contro i divieti” e “per la libertà, per tornare a lavorare, per tornare a Messa, per tornare a vivere”.

Nessuno, però, tra i vescovi ha accolto con favore la proposta di Salvini e la provocazione di FN. Il primo a prendere la parola è stato il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza Episcopale Italiana. “L’impossibilità di poter partecipare alle Messe di Pasqua quest’anno è un atto di generosità. È un nostro dovere il rispetto verso quanti, nell’emergenza, sono in prima linea e, con grande rischio per la loro sicurezza, curano gli ammalati e non fanno mancare tutto ciò che è di prima necessità”.

Sulla stessa linea anche il cardinale Matteo Zuppi: “Anche a me piacerebbe poter celebrare la settimana Santa e la Pasqua con la comunità. Rischiare, però, è pericoloso e le regole vanno rispettate e anche la Chiesa ha il dovere di farlo. Come vescovi abbiamo tanto sperato che le celebrazioni pasquali coincidessero con la fine dell’emergenza: purtroppo non è così”.

A chiudere il cerchio si è aggiunta la voce di Michele Pennisi, arcivescovo di Monreale, il quale ha detto che “al primo posto deve restare la salvaguardia della salute dei cittadini”, aggiungendo che “non è il momento di allargare le maglie della sorveglianza sanitaria”.

Al di là delle polemiche politiche, del malcontento dei cattolici tradizionalisti e dello stop della gerarchia, forse è il caso di sottolineare la lezione di queste settimane: “I miti e i riti servono agli uomini”, ha scritto Antonio Polito sul Corriere della Sera. “Teniamo pure le chiese chiuse, se non si può prendere la comunione con la mascherina e scambiarsi il segno della pace durante la messa” eppure “ci basta sentire il suono delle campane, di nuovo riconoscibile nel silenzio assordante delle nostre città, per capire che non sarà la stessa cosa, perché ecclesia vuol dire comunità”.

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