Il successo della diplomazia parallela di S. Egidio

Dall’Africa al Medioriente, passando per l’America Latina e l’Asia. Negli ultimi cinquant’anni non c’è stato Paese dove la Comunità di Sant’Egidio non è intervenuta per promuovere la pace e sedare i conflitti tra i popoli. E’ il successo della diplomazia parallela di una realtà difficilmente definibile. Non è uno Stato, non è un’organizzazione non governativa, non è un organismo internazionale. Nata nel 1968 ad opera di Andrea Riccardi e mons. Vincenzo Paglia, Sant’Egidio è presente oggi in oltre 70 nazioni ed opera ad ampio raggio nell’ambito della pacificazione e della cooperazione internazionale. La sua storia è raccontata nel volume “Fare pace”, edizioni San Paolo, che è stato presentato ieri nella cornice della Sala Pistelli di Palazzo Medici Riccardi.

Da dove deriva la legittimità di Sant’Egidio? Sicuramente dai successi conseguiti negli anni ma questo non basta a spiegare un fenomeno così rilevante. La sua azione è comprensibile soltanto tenendo conto dello scenario internazionale, presentato ieri dalla professoressa Serena Giusti della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. “Alcuni avvenimenti hanno scosso il sistema che è diventato molto fluido. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti sono diventati il modello di riferimento ma il recente intervento in Iraq ha segnato il declino di questa potenza. Da quel momento abbiamo un mondo multipolare con diversi centri di potere. In questo quadro si colloca Sant’Egidio che è una comunità particolare perché ha alla base una motivazione religiosa”.

La docente ha quindi fatto riferimento all’approccio che contraddistingue Sant’Egidio da qualsiasi altro attore internazionale. “Questa comunità sfugge alle categorie tradizionali. Svolge funzioni di diplomazia, interviene nelle questioni più critiche quando gli altri attori non sono capaci o non hanno la volontà di intervenire. Non è un’attività estemporanea perché si basa su una rete precostituita di diplomazia che viene tenuta viva nel tempo. Le sue caratteristiche principali sono la riservatezza e la segretezza che significa la possibilità degli interlocutori di confrontarsi liberamente, di rivelare certe posizioni. Nei rapporti internazionali, Sant’Egidio opera in un clima di informalità in cui c’è maggiore libertà di espressione. C’è flessibilità ma anche laboriosità artigianale per adattarsi alle persone e ai contesti”.

Un’autorevolezza, quindi, che proviene dalle soluzioni creative adottate, come lo sono stati i corridoi umanitari per i rifugiati, per un nuovo modello di accoglienza e di integrazione. A testimoniarlo il diplomatico Marco Del Panta Ridolfi, attualmente consigliere comunale di Firenze con un passato alla Farnesina. “I corridoi umanitari sono un’eccellenza. E’ un sistema che permette di gestire in maniera ordinata e controllata i rifugiati. Si supera la rete del trafficanti di esseri umani e soprattutto a queste persone viene garantita l’integrazione nel Paese in cui arrivano. E’ un modello che funziona e ci viene riconosciuto anche dal resto dell’Europa tanto è vero che successivamente lo hanno fatto anche i tedeschi con i profughi siriani”.

Del Panta Ridolfi è intervenuto anche sulla specificità della diplomazia di Sant’Egidio. “E’ un soggetto di diritto internazionale, svolge un ruolo importante e ottiene dei successi. La cosa importante è che la mediazione della Comunità è efficace in quanto non cura i propri interessi”.

Un’altra testimonianza è giunta da Hamdan El-Zeqri, rappresentante della comunità islamica di Firenze, originario dello Yemen. “Avendo vissuto in un Paese sotto la guerra riconosco l’importanza del valore della pace. Sant’Egidio è intervenuta nel mio Paese dove c’era una mancanza di dialogo e di confronto. Posso dire che la diplomazia italiana è molto amata dai popoli arabi e orientali perché non interviene con la forza ma per far incontrare le culture, senza imporre un punto di vista, avendo rispetto del codice culturale. La lezione è che tutti vanno coinvolti per dare una nuova speranza e che tutti possiamo essere agenti di pace in maniera attiva, stando attenti al linguaggio che utilizziamo. E’ un errore delegare tutto ai rappresentanti politici”.

L’assessore comunale alle politiche sociali, Andrea Vannucci, ha evidenziato che “viviamo in un mondo complicato, non solo per gli amministratori. Mancano punti di riferimenti. La forma dominante del pensiero è l’asimmetria. Il libro racconta vari teatri di guerra nei quali Sant’Egidio è stato un attore fondamentale. Qualcosa di asimmetrico rispetto a ciò che avevamo sempre conosciuto. Il motivo del successo della Comunità sta proprio nell’essere un soggetto dai contorni non facilmente definibili, capace di adattarsi alle situazioni”.

A concludere la serata è stato don Angelo Romano dell’Ufficio Relazioni Internazionali di Sant’Egidio. “Da parte della nostra Comunità c’è stata una assunzione di responsabilità di dover fare qualcosa, anche se non sempre siamo riusciti a conseguire l’obiettivo. Il nostro essere cristiani, il nostro essere comunità ha giocato un suo ruolo. Ci siamo coinvolti in conflitti molto più grandi di noi, pericolosi, sempre con la coscienza chiara di farlo per il bene della pace, senza alcun interesse nascosto. Le nostre sono attività molto spartane ma basate sull’essere altro. È un nostro grande strumento fare la vita di tutti. La nostra vita ordinaria continua, non viviamo in un universo parallelo. Non ne traiamo dei benefit. La riservatezza è poi uno strumento essenziale che oggi si fa fatica a capire. Non lavoriamo in opposizione ideologica alla diplomazia tradizionale. La pace si costruisce attraverso un uso corretto delle parole. Questo è il dialogo”.

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