Raccontare le migrazioni per contrastare i discorsi di odio

In queste ore gli occhi dell’Italia sono tutti puntati sulla Sea Watch 3, la nave battente bandiera olandese che da quasi due settimane naviga al largo di Lampedusa con 42 migranti a bordo, in attesa di poter approdare in un porto sicuro per far sbarcare le persone raccolte in mare 14 giorni fa.

La tragica circostanza, che vede contrapposti il ministro italiano Salvini e la organizzazione non governativa tedesca, offre l’ennesima occasione per una riflessione su come i media e i social trattano il tema delle migrazioni. E’ qui infatti che si gioca la partita della rappresentazione della realtà che spesso viene strumentalizzata o politicizzata, favorendo un clima di odio e di contrapposizione nei confronti del diverso.

Di tutto ciò si è discusso ieri presso Le Murate in un lungo confronto promosso da Cospe, organizzazione che opera dal 1983 nella cooperazione internazionale, e dall’Ufficio Europe Direct del Comune di Firenze. “Raccontare le migrazioni per contrastare i discorsi di odio”, il titolo del convegno che è valso come giornata di formazione per gli iscritti all’Ordine dei Giornalisti.

Molto interessante la relazione che ha aperto i lavori. La sociologa Letizia Materassi dell’Università di Firenze ha affrontato il tema degli “hate speech” ossia della violenza verbale e delle ossessioni in rete. “Il discorso di odio – ha chiarito la professoressa – è un atteggiamento, una manifestazione di idee che esprime intolleranza e disprezzo verso un determinato gruppo sociale”.

Al di là delle definizioni, però, è interessante capire come si parla dei migranti. Negli anni ’70 e ’80 il tema delle migrazioni non ha una sua autonomia. Tutto è incentrato sulle migrazioni interne al Paese e sulle problematiche connesse all’occupazione. Negli anni ’90, invece, si parla di flussi migratori dall’Albania e il tema inizia ad essere fortemente politicizzato. Si alimenta una chiave emergenziale con toni allarmistici. Sui media aumenta l’etnicizzazione dei titoli. Inizia la retorica degli sbarchi e scatta la connessione tra criminalità, clandestinità e arrivi. Tutto ciò fino al 2013 con la crisi dei rifugiati quando aumenta la rappresentazione iconica degli sbarchi con corpi disumanizzati.

Venendo ai nostri giorni, possiamo dire che siamo più razzisti di ieri? Per Materassi è presto per trarre conclusioni ma certamente “il discorso del razzismo è diventato più pervasivo. C’è stata la rottura di un tabù” nel senso che “è diventato normale parlare male, anche in pubblico, di una persona di origine straniera”. Una delle frontiere dove il fenomeno è maggiormente pervasivo è certamente l’ambiente digitale che “sembra essere percepito come una ragione per depotenziare il contenuto” di ciò che si scrive.

E’ chiaro che bisogna correre ai ripari. Ricette preconfezionate non ce ne sono. Sicuramente si potrebbero ampliare le rappresentazioni possibili attraverso lo slow journalism, la gestione delle community, le ficton e le produzioni seriali, l’intrattenimento e la satira. Restando al presente, intanto, si può dire che alcuni passi in avanti sono stati fatti.

Ad esempio Antonio Nicita ha illustrato il Regolamento varato nel 2018 dall’Autorità Garante per le comunicazioni che ha introdotto i principi di non discriminazione, di completezza dell’informazione e della reciprocità. Una stretta rivolta a tv e radio per andare oltre la generalizzazione strereotipata. “Dal 2015, dopo gli attentati di Parigi, – ha sottolineato il rappresentante dell’Agcom – non c’è stato più un limite ad affermare pubblicamente il politicamente scorretto. Addirittura nell’ultima campagna elettorale per le politiche i temi divisivi hanno rappresentato il 40% dell’intero palinsesto con casi di disinformazione che non fanno altro che alimentare l’odio”.

Un’altra prassi positiva è la “Carta di Roma”, il protocollo deontologico che riguarda migranti, richiedenti asilo, rifugiati e vittime della tratta, firmato nel 2008 dall’Ordine dei Giornalisti e dalla Federazione nazionale della Stampa. Il documento è diventato successivamente, nel 2011, un’associazione composta da 14 associazioni della società civile al fine di promuovere e monitorare l’applicazione del codice deontologico. Ad illustrarne i principi è stata Paola Barretta. La responsabilità dei giornalisti si concretizza nell’usare termini appropriati, nell’interpellare esperti, nel proteggere l’identità dei rifugiati, nella completezza e nella correttezza dell’informazione per il rispetto della verità sostanziale.

Il ruolo dei media è fondamentale anche se non si può prescindere dall’uso dei sociale da parte della politica. Di questo tema si è occupato in particolare Mauro Munafò, caposervizio dell’Espresso, che ha scritto diverse inchieste per dimostrare come sempre più gli esponenti politici si servano di facebook in particolare per diffondere messaggi ambigui sui temi divisivi con lo scopo di lucrarne dal punto di vista elettorale.

La foto è di Anna Meli

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