La mission impossible del Partito Democratico

Archiviate le elezioni politiche del 4 marzo, adesso la priorità è dare un Governo all’Italia. Non sarà un’impresa semplice visti i risultati prodotti dalla legge elettorale. Le urne non hanno determinato una maggioranza in Parlamento anche se i vincitori morali sono Il Movimento 5 Stelle e la Lega. Saranno loro, quindi, a dare le carte in queste settimane per far partire la legislatura, in attesa delle consultazioni al Quirinale per la formazione dell’esecutivo che siederà a Palazzo Chigi. Il Partito Democratico, invece, si lecca le ferite dopo la cocente sconfitta che ha portato alle dimissioni di Renzi e all’insediamento del reggente Martina. La linea del Nazareno sembra essere stata decisa: opposizione in coerenza con lo slogan elettorale: “Mai con gli estremisti”. Più passano i giorni, però, più cresce la consapevolezza che la mission impossible del Pd è accettare un patto con il diavolo, ossia con Di Maio e company, se davvero si vuole evitare l’abbraccio mortale tra populisti e sovranisti.

Professarsi responsabili e forza di governo, infatti, dovrebbe implicare nessuna chiusura al dialogo con tutte le forze in campo. Il modello potrebbe essere l’alleanza che Cdu e Spd hanno stipulato in Germania. La bussola del ragionamento è che dialogare non è negoziare, cioè cercare di ricavare la propria fetta della torta, ma lavorare per il bene comune di tutti. In una situazione così confusa, chiamandosi fuori, il Pd rischia l’irrilevanza politica.

Dopo queste elezioni, la società italiana va ricucita e pacificata. Nel Paese serpeggia un clima di rancore, dovuto a problemi economici e di lavoro insieme a paure collettive instillate quotidianamente, che va arginato abbattendo il muro della diffidenza e costruendo ponti di dialogo. Il bene comune va cercato non a parole ma con i fatti. Per il futuro dell’Italia, dunque, il Pd dovrebbe mettere da parte le giustificate e comprensibili diffidenze nei confronti dei Cinquestelle per raggiungere una reale collaborazione, in totale spirito di servizio alle istituzioni come d’altronde è stato in questi ultimi cinque anni, in nome della ricostruzione sociale ed economica.

Non si sta parlando di un accordo al ribasso. I democratici hanno l’occasione storica di dimostrare ai grillini che “la politica, tanto denigrata, è una vocazione altissima, è una delle forme più preziose di carità, perché cerca il bene comune”, come ha scritto Papa Francesco. In secondo lungo, accettando la sfida del governo, il Pd aiuterebbe a mantenere dritta la barra sulla sobrietà nelle parole e nei comportamenti perché quando si soffia sul fuoco le scintille possono infiammare la casa.

Ovviamente una maggioranza in Parlamento andrebbe costruita attorno ad una agenda di cose concrete da fare e non sulle poltrone da occupare. Il lavoro resta la priorità, così come la lotta alla disoccupazione giovanile e il sostegno alle famiglie. Il Pd detti la linea e metta alla prova le reali intenzioni di governo del M5S. Il tempo degli slogan e delle promesse è terminato. Dietro l’angolo, però, è pronta la santa alleanza tra quanti sono contrari all’euro, agli immigrati, ai vaccini e alla legge Fornero. Occorre porre un argine a questo pericolo. Non sarà facile e ci vorrà tempo ma per il Pd e per il Paese non ci sono altre strade.

 

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