Benevento: l’ingresso del nuovo arcivescovo e le novità attese

Negli ultimi tempi non sono solito seguire le vicende della Chiesa beneventana. Da qualche giorno, però, sono colpito dall’attenzione con cui la città si sta preparando all’ingresso del nuovo arcivescovo mons. Felice Accrocca, consacrato domenica scorsa nella cattedrale di Latina.

Avevo letto della sua nomina ma per conoscerlo meglio ho approfondito la sua biografia e alcuni suoi discorsi ed ho visto in streaming la lunga e suggestiva cerimonia di ordinazione. L’impressione che ne ho ricavato è che Papa Francesco ha scelto una persona che non ha mai cercato l’episcopato ma che corrisponde a una “autentica vocazione pastorale”, come la chiama la teologa Cettina Militello.

Una nomina papale che quindi ha il sapore di un toccasana per la prestigiosa Arcidiocesi che, nell’ultimo decennio almeno, ha subito una stagione di degrado caratterizzata da una sospensione pastorale, anche paralizzante, e da una instabilità ecclesiale permanente. La conseguenza è stata che la sede di Benevento, malgrado fosse canonicamente “piena”, apparisse come sede “vacante”.

L’arrivo di Accrocca dimostra che qualcosa sta cambiando. Non è un cambio di andamento che riguarda soltanto la Chiesa sannita. Emergono in tutta Italia, infatti, vescovi di prima nomina, abbastanza maturi senza essere vecchi, destinati anche a sedi metropolitane (è proprio il caso di Benevento che, per la prima volta, avrà un vescovo di prima nomina).

Il dato più evidente è che non ha senso pensare che di lì a qualche anno li si possa trasferire altrove. Si aggiunga a ciò che non sono sprovveduti culturalmente. Pensiamo ad Accrocca. Ha la sua buona esperienza accademica. È uno studioso di teologia e si è occupato particolarmente di San Francesco. Malgrado ciò o forse proprio per questo, non ha smesso di impegnarsi pastoralmente visto che al momento della nomina don Felice era un semplice parroco.

Le premesse fanno sperare che il nuovo arcivescovo si porrà dinanzi alla Chiesa di Benevento con atteggiamento differente, un atteggiamento amorevole e di complicità culturale. Ciò che si chiede ad Accrocca è un’autentica capacità pastorale e un autentico spirito e prassi di servizio, nel solco del Vaticano II.

Il Concilio ci ha insegnato che si è vescovi per una Chiesa. E ciò vuol dire anzitutto capire cos’è una Chiesa, una Chiesa locale, cosa la costituisce, cosa l’identifica, cosa la giustifica. Le Chiese, quelle vere, sono tali perché sono un “soggetto culturale”, ossia perché hanno una “tradizione” simbolica, canonica propria. Ebbene, un vescovo non può prescinderne. Si è ordinati non genericamente per la Chiesa, ma per la “propria” Chiesa e ciò vuol dire accettare la lingua, la mistagogia, lo stile e la storia e di acquisirne o di incrementarne l’originale identità.

Mons. Accrocca, grazie alla sua semplicità ed autenticità, sarà sicuramente in grado di prestare ascolto al popolo di Dio che alla fine dovrebbe essere il soggetto proprio e non il passivo e inascoltato destinatario della comunità cristiana.

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