Indifferenza morale e spocchia antireligiosa dietro il caso Vendola

Leggendo gli articoli e i commenti su Nichi Vendola, il leader della sinistra italiana andato all’estero con il suo compagno Eddy Testa per acquistare un bambino attraverso la maternità surrogata, mi è venuto in mente uno scritto di Claudio Magris, pubblicato tempo fa. Si intitolava “Il segno vero del laicismo” e richiamava l’attenzione su quel “disinvolto e apatico indifferentismo morale” che si stava affermando nella società, perché “il laicismo quale opinione diffusa e dominante” scriveva Magris “può rovesciarsi nell’indifferenza, nell’oblio del senso del sacro e del rispetto, nella rinuncia alla scelta personale e all’indipendenza di giudizio”.

Il professore stigmatizzava “la terroristica sufficienza” che molti ambienti medio o alti borghesi manifestavano nei confronti delle fedi religiose. E concludeva: se l’intellettuale laico non recupera la propria dimensione morale a scapito della “giuliva spocchia antireligiosa”, diventa semplicemente un oratore “aulico, pontificale, che tiene rotonde conferenze e allocuzioni compiaciute mentre si preparano disastri”.

Lo scritto si concludeva con questa parola, disastri. Parola profetica. Oggi giornali e televisioni ci parlano di disastri. Disastri che investono la famiglia, la sessualità, l’educazione dei figli. E che avvenendo nel contesto di questa e non di un’altra società, chiamano in causa la cultura che la domina. E che cosa esprime questa cultura? Indifferentismo morale e giuliva spocchia antireligiosa. Mi riferisco principalmente a quella cultura affermatasi nella tv e nei media che sembra proiettata verso un unico scopo: irridere i pochi valori positivi ancora presenti, delegittimare, con l’esaltazione di ogni comportamento trasgressivo, la famiglia; fare piazza pulita di quel poco di tessuto religioso e cristiano che ancora ispira educazione e comportamenti collettivi, per sostituirlo con un nulla fatto d’indifferenza morale, esibizionismo sfrenato, erotismo diffuso, violenza mediatica.

Dinanzi a casi come quello di Vendola, credo sia venuto il momento di richiamare le cose con il loro vero nome. E di sostituire il linguaggio neutro e amorfo delle assoluzioni collettive con le “vecchie” categorie del linguaggio biblico che definisce male ciò che offende la dignità dell’uomo e bene ciò che la promuove. E’ giunto il momento che i costruttori dell’immaginario mediatico e televisivo siano messi spalle al muro e facciano un serio esame di coscienza sulle loro responsabilità.

La gente mi sembra dare segni di ribellione su una pratica così odiosa come l’utero in affitto. Uomini e donne, giovani e anziani mi sembrano sempre più insoddisfatti di questo tipo di cultura borghese. E i segni ci sono anche se facciamo finta di non vederli. Che fare? Una ricetta miracolosa non ce l’ho. Credo che tocchi a me per primo, così come agli uomini e alle donne di buona volontà, far sentire la propria voce. Penso che quanti credono ancora nei valori umani e cristiani del rispetto della dignità dell’uomo possano fare fronte comune per migliorare le cose. Facendoci sentire, spiegando il proprio no alla maternità surrogata, combattendo, ciascuno al proprio posto, la buona battaglia.

 

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