Stepchild adoption: la lezione di Mario Luzi sulla lingua madre

Nei giorni in cui il Parlamento italiano si è preso una pausa di riflessione sul disegno di legge relativo alle unioni civili, conviene soffermarsi sulla decisione dell’Accademia della Crusca che, lunedì scorso, ha definito “improponibile”, per la lingua italiana, l’anglismo “stepchild adoption” di cui tanto si parla nei media a proposito del testo in esame al Senato.

Senza entrare nel merito della misura proposta, l’Accademia si schiera a favore della lingua italiana ed invita ad adottare la perifrasi “adozione del figlio del partner” oppure, ancora meglio, “adozione del configlio”. Una soluzione per porre in soffitta l’espressione “stepchild adoption” che richiede una certa perizia nell’uso dell’inglese. E’ stato notato, infatti, con un po’ di derisione, che anche in Parlamento più di un senatore ha mostrato qualche impaccio di pronuncia. Se incappano in simili incidenti i senatori, che accadrà ai comuni cittadini?, si sono domandati all’Accademia.

Leggendo il dispaccio di agenzia che riportava la notizia mi è venuto in mente il grande poeta fiorentino, Mario Luzi. Lui che della Crusca fu nominato accademico nel 2003 soleva dire: “La lingua è espressione del popolo, ci forma”. Una lezione straordinaria che veniva da un uomo che aveva una conoscenza completa dell’italiano. Basta leggere le sue poesie per verificare come siano ricche di vocabolario. Luzi utilizzava parole desuete e quotidiane perché paragonava la lingua ad un cantiere dove anche gli oggetti più antichi possono tornare utili per risolvere un problema.

Memori della sua lezione non si comprende perché bisogna ricorrere all’inglese per creare un nuovo istituto giuridico in Italia. E’ più utile e giusto ricorrere a parole dal significato chiaro, come suggerisce la stessa Accademia, per mettere tutti nelle condizioni di comprendere ciò di cui si sta discutendo. Il timore è che dietro questi neologismi inglesi si nascondono realtà che non si vogliono far conoscere come, in questo caso, l’utero in affitto e la maternità surrogata.

Certamente queste cose Mario Luzi le avrebbe ricordate anche in Parlamento dove sedette, nominato senatore a vita dal presidente Carlo Azeglio Ciampi nel 2005 per alti meriti culturali. Un impegno durato purtroppo soltanto quattro mesi per l’intervenuta morte. Eppure il poeta era pieno di idee soprattutto in campo culturale. Si presentò ai suoi colleghi affermando: “Non sono un uomo di parte, né di partito, né di partito preso”. In momenti così delicati come quelli che stiamo attraversando il suo contributo sarebbe stato molto utile e prezioso.

Luzi viene ricordato quale grandissimo poeta ma è stato un uomo completo. Nacque nel 1914 in una frazione di Sesto Fiorentino. Visse la sua giovinezza tra Firenze e Siena avendo genitori di origini senesi. Quando scrisse la prima opera aveva venti anni. La sua carriera è stata caratterizzata da settanta anni di produzione come poeta, drammaturgo, critico, saggista e traduttore. Nel 1999 papa Giovanni Paolo II gli chiese di firmare le meditazioni alla Via Crucis del Colosseo che Luzi immaginò come un monologo di un padre che parla al figlio. Morì nel 2005 a 90 anni e scriveva ancora. Era un grande camminatore, amava la natura ed il fiume Arno gli ha dato ispirazione e forza creativa.

Nel 2014 è stato celebrato il primo centenario della sua nascita. E’ stato ricordato come un uomo di cultura che dava importanza alla libertà di ciascuno e che accoglieva chiunque. La porta della sua abitazione, infatti, era sempre aperta soprattutto a coloro che gli volevano sottoporre i propri scritti.

La sua principale eredità, di cui speriamo tenga conto anche il Parlamento su questo tormentato ddl delle unioni civili, è il concetto di “lingua madre” e la difesa dell’importanza dei dialetti locali.

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