“La missione della Chiesa è l’irruzione di una novità nel mondo”

La missione della Diocesi di Firenze in Brasile può essere certamente annoverata tra i frutti del Concilio Vaticano II. Quest’anno cade il cinquantesimo anniversario di questa bella esperienza di annuncio del Vangelo e di promozione umana che ebbe inizio il 1965, proprio nell’anno in cui si concludeva il percorso conciliare.
Spettò a don Renzo Rossi il compito di aprire la strada della missione della Diocesi di Firenze a Salvador Bahia. Il 19 ottobre di quell’anno il sacerdote si imbarcò a Genova assieme ad un prete di Fano, don Paolo Tonucci, ed uno di Vercelli, don Enzo De Marchi. Arrivarono a Rio de Janeiro dopo dieci giorni di navigazione e il 6 novembre, dopo un altro lungo viaggio, raggiunsero la loro destinazione. Don Renzo accolse i ripetuti appelli a partire formulati da papa Paolo VI. D’altronde aveva sognato fin da seminarista di annunciare il Vangelo tra i popoli che ancora non conoscevano Gesù.
La sua partenza fu l’inizio di un percorso che due anni dopo, nel 1967, avrebbe visto arrivare a Salvador Bahia la prima missionaria laica “fidei donum” della Chiesa fiorentina, Maria Grassi, a cui seguirono don Giuseppe Ceccherini, don Sergio Merlini, don Alfredo Nesi, don Piero Sabatini, don Lorenzo Lisci, don Rodolfo Tedeschi, don Alfonso Pasciani, don Wieslaw Olfier, don Grzegorz Sierzputowski, fino ai missionari tutt’ora presenti: Luigina Vetere, don Luca Niccheri e don Paolo Sbolci, fino all’ultima arrivata, Alessandra Magi, che ha ricevuto il mandato missionario dal cardinale Betori nell’ottobre scorso. Una lunga storia che ha visto la partecipazione anche di alcune congregazioni religiose di origine fiorentine: Francescane dell’Immacolata, Figlie povere di San Giuseppe Calasanzio, Stabilite nella carità e Francescane di Ognissanti.
Per commemorare il cinquantennale di presenza in Brasile, il Centro missionario diocesano ha organizzato alcune iniziative. Dal 30 novembre al 13 dicembre, presso la basilica di San Lorenzo, resterà aperta la mostra fotografica dal titolo “Un viaggio lungo cinquant’anni”. Ieri, invece, nella cornice di Palazzo Vecchio, si è svolto un convegno di rendicontazione dell’attività missionaria svolta a Salvador Bahia ed infine stasera, nella chiesa di San Frediano in Cestello, si terrà una veglia di preghiera.
Molto significativo il momento di riflessione che è stato celebrato ieri nel Salone dei Cinquecento. È stato il sindaco Dario Nardella ad aprire l’incontro, dichiarando la gratitudine dell’intera città di Firenze per l’impegno missionario della Chiesa locale. Il filosofo Aluisi Tosolini ha spiegato come il missionario rappresenti un ponte tra due realtà. In particolare ha detto che il missionario unisce due mondi perché è chiamato a fare i conti con le fratture sociali, avendo come obiettivi l’inclusione dei poveri e la comunicazione della gioia dell’evangelizzazione.
Una testimonianza è stata resa anche dal cardinale Silvano Piovanelli il quale ha ricordato che la partenza di don Renzo fu una spinta salutare e da quel momento si poté parlare di una Chiesa locale come comunità missionaria. Una nuova visione tracciata dal Concilio Vaticano II affinché fossero le Chiese locali a farsi carico dell’invio in missione.
Un impegno portato avanti recentemente anche dall’arcivescovo Giuseppe Betori secondo cui “la missione è uno scambio di doni tra le Chiese”. Le difficoltà non mancano certamente ma non ci si può tirare indietro perché, è stata la conclusione del cardinale, “ogni comunità non deve chiudersi per difendersi ma, anzi, aprirsi per ritrovare se stessi”.
Un prolungamento della missione fiorentina in Brasile è rappresentato dal progetto “Agata Smeralda onlus”, l’associazione per l’adozione a distanza nata nei primi anni novanta dall’amicizia e dalla collaborazione tra Mauro Barsi e l’allora arcivescovo di Salvador Bahia Lucas Moreira Neves. Agata Smeralda è il nome della prima bambina accolta allo “spedale degli innocenti” di Firenze nel lontano 5 febbraio 1445. Operano 100 scuole di alfabetizzazione, 10 case famiglia per ragazze “tolte dal marciapiede”, un presidio sanitario in una favela ed altri nella periferia della città, luoghi di avviamento al lavoro, un centro sociale.

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