Un umanesimo concreto per una Chiesa viva e in uscita

“Gesù ha scelto il dolore che ci rende tutti uguali, tutti umani, come occasione per avvicinarsi agli altri uomini”. Il giorno dopo la visita di Papa Francesco, il Convegno ecclesiale nazionale medita ed approfondisce lo storico discorso pronunciato da Bergoglio. C’è la volontà di rispondere con gioia ed entusiasmo alla proposta di un nuovo umanesimo cristiano per una Chiesa in ricerca permanente, vicina ai poveri, inquieta, in uscita.

Ad aprire la giornata ci ha pensato la meditazione mattutina di padre Giulio Michelini, ordinario di Nuovo Testamento presso l’Istituto Teologico di Assisi, il quale ha parlato partendo dalla figura del Servo sofferente d’Isaia. “Dio non è venuto a liberarci dalle prove, ma ad abitarle, a essere presente in ogni prova di ogni figlio dell’uomo” ha sottolineato lo studioso francescano che poi ha ricordato come “il dramma delle guerre che sono in corso, e i conseguenti movimenti di profughi, non ci possono lasciare tranquilli”.

Il convegno è proseguito con le due relazioni principali previste per avviare successivamente la discussione nei gruppi di studio. Il primo ad intervenire è stato Mauro Magatti, ordinario di Sociologia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Dopo gli anni di crisi, non solo economica, che hanno segnato la vita del Paese, si è chiesto Magatti, che senso ha interrogarsi sul nuovo umanesimo?

“La nostra vita – ha constatato – rischia di diventare un’astrazione sempre più frammentata e separata da ciò che ci circonda, persino dagli affetti più intimi”. La crisi del nostro Paese, dunque, è in primo luogo crisi di identità, alla radice di quei particolarismi che “come italiani conosciamo bene: localismi, corporativismi, familismi, corruzione, mafiosità”.

La chiave individuata da Magatti per cercare una via d’uscita, sta nell’apertura alla “logica della concretezza, intesa come pratica di affezione aperta alla trascendenza”. Una concretezza “generativa” in cui il sociologo riconosce anche quel tratto inconfondibile che “distingue l’Italia nel mondo”. L’Italia, ha concluso, “da secoli ha saputo esprimere, dal basso, una straordinaria vitalità: il volontariato, le cento città, l’artigianato, l’arte, la cura e la carità, la sussidiarietà e l’economia civile. Creando un terreno favorevole alla fioritura di un nuovo “umanesimo della concretezza” si può forse ridire la vocazione per questo Paese nel tempo che stiamo vivendo”.

All’intervento di Magatti ha fatto seguito quello di mons. Giuseppe Lorizio, ordinario di Teologia fondamentale presso la Pontificia Università Pontificia: “Non siamo qui come turisti, bensì per interrogarci a nome delle nostre comunità ecclesiali sull’oggi del Vangelo e della storia, per riscoprire le radici anche dell’umanesimo storico, ma soprattutto del ‘nuovo’ umanesimo e rinvenirle nella fede in Cristo Gesù, che ci unisce senza omologarci e ci interpella senza opprimerci”. Lorizio ha sottolineato che spetta “a ciascuno di noi, ad ogni cellula della chiesa il compito di svelare la novità assoluta dell’umano, che il Vangelo attesta e Gesù di Nazareth incarna”.

“La fede in Cristo Gesù intravede e professa l’umano e il divino in una profonda unità personale  che interpella e coinvolge oltre la storia, ma non fuori di essa”, ha aggiunto, richiamando l’esperienza biblica dell’alleanza. Proprio questa categoria diventa, quindi, “paradigma del ‘nuovo umanesimo’, che ha da proporsi come tale a tutti e che coinvolge i credenti in Cristo nella vigilanza e nella custodia di fronte ad ogni tentativo di infrangere le alleanze, che possono assicurare una vita degna di questo nome a chiunque oggi e domani sia chiamato all’esistenza”.

Il nuovo umanesimo che si genera dalla fede è così “l’umanesimo della nuova alleanza, realizzatasi in Cristo”, che “va vissuta e attualizzata nelle alleanze, spesso infrante o compromesse”, della vita di ciascuno e della storia di tutti: tra uomo e natura come tra uomo e donna, ha spiegato Lorizio; tra generazioni come tra popoli; tra religioni come tra cittadino e istituzioni. Sono alleanze che – ha concluso il teologo – “ciascuno di noi e le nostre comunità, con sporgenza verso la società civile, è chiamato a porre in atto, custodendo legami e vincoli autentici e chiedendo e offrendo misericordia, perché avvenga ai diversi livelli una vera riconciliazione sul piano individuale e su quello comunitario”.

A sorpresa, nel corso dei lavori ha preso la parola anche il numero due dei vescovi italiani, mons. Nunzio Galantino. A lui è stato chiesto di precisare che le cinque vie di Firenze (uscire, annunciare, abitare, educare, trasfigurare) “sono presentate in maniera provocatoria: si dice cosa non bisogna fare per uscire veramente, per annunciare in maniera efficace, per abitare, per educare, per trasfigurare. Tutto il negativo sta già lì: nei gruppi bisogna andare oltre, indicare percorsi, strade, obiettivi concreti, veri, belli”.

La foto di copertina è dell’agenzia di stampa Agensir

About Pellegrino Giornale

Lascia un commento