Alluvioni e informazione: Benevento adotti la Carta di Olbia

Mentre Benevento era sott’acqua, ad Olbia, dal 16 al 18 ottobre, si è tenuto un convegno sul tema “Informazione e tutela dell’ambiente. Sinergia per la vita”, organizzato e promosso dall’Unione Cattolica Stampa Italiana. Un appuntamento importante nato a seguito dei gravi episodi accaduti nel capoluogo gallurese colpito nel 2013 dal ciclone Cleopatra e più di recente dal ciclone Mediterraneo.

Il dibattito si è concentrato proprio sugli effetti delle alluvioni e dei disastri ambientali che si possono prevenire e combattere ogni giorno anche attraverso i mezzi di informazione e i social media. La precondizione è un giornalismo “responsabile” ossia lontano dall’individualismo e dal sensazionalismo, vicino a competenze maturate con un approccio interdisciplinare, con un ascolto attento a chi analizza fenomeni complessi e fornisce interpretazioni e previsioni, per formare ed informare correttamente l’opinione pubblica.

Esigenza che è stata rilevata ad Olbia ma che è venuta fuori anche a Benevento nella settimana immediatamente successiva al disastro naturale causato dalle forti piogge. Notizie non verificate, allarmismi continui, titoli sparati, social network diventati il termometro del narcisismo e del protagonismo dei singoli e non il mezzo attraverso il quale veicolare informazioni utili e davvero indispensabili.

Da questa lettura è nata la necessità di dare vita alla “dichiarazione di Olbia”, una sorta di carta deontologica elaborata dai giornalisti dell’Unione cattolica stampa italiana. “La professione giornalistica – si legge nel documento – potrà avere un futuro solo attraverso la riscoperta della sua utilità sociale. I giornalisti devono maturare questa consapevolezza, impegnarsi a fondo reinventando il proprio ruolo al servizio delle comunità e imparare a far buon uso di tutti gli strumenti che le nuove tecnologie mettono a loro disposizione, che consentono di costruire con i propri lettori/spettatori un rapporto nuovo basato sulla fiducia e la credibilità. La tutela dell’ambiente è un tema privilegiato in questo percorso”.

“Noi giornalisti Ucsi – questa la conclusione della dichiarazione di Olbia – vogliamo dichiarare il nostro forte impegno ad approfondire e realizzare questi obiettivi nelle nostre scelte professionali, anche attraverso nuove iniziative di formazione, e ci impegniamo a fondo perché i nostri editori maturino le nostre stesse convinzioni: il futuro della informazione professionale sta nella sua utilità sociale e, in ultima analisi, nell’esercizio concreto e responsabile di una mediaetica, e non nella ulteriore esaltazione di modelli consumistici già ampiamente diffusi nelle pratiche della comunicazione”.

Efficaci e chiare le parole del presidente nazionale dell’Ucsi, Andrea Melodia che, tra l’altro, ha evidenziato la necessità di reinventare il lavoro giornalistico come servizio alla comunità. “Sappiamo svolgere il nostro ruolo di “cani da guardia” nella società civile o ci limitiamo a rincorrere la cronaca, o facciamo anche un giornalismo di inchiesta, di investigazione, sui fenomeni che riguardano la vita di tutti? Di fronte ai fiumi che non si puliscono ai ponti mal costruiti, alle costruzioni erette dove non dovrebbero esserci, raccontiamo o stiamo zitti? O piuttosto siamo portati a scaricare le responsabilità delle carenze sui nostri editori? Siamo convincenti del mostrare modelli virtuosi di comportamenti pubblici e privati, o piuttosto consideriamo queste doverose attenzioni “educative” come estranee alla nostra missione professionale?”. “La riflessione di papa Francesco – ha concluso Melodia – coinvolge tutti noi in questi doveri”.

Questo il documento approvato dall’Ucsi al termine del convegno:

I giornalisti dell’Unione Cattolica Stampa Italiana, riuniti per tre giorni a Olbia, Tempio Pausania e Porto Cervo dove hanno preso parte al convegno “INFORMAZIONE E TUTELA DELL’AMBIENTE”, dopo avere ascoltato numerose relazioni di esperti, autorità e protagonisti sui disastri ambientali che hanno funestato questa parte della Sardegna negli ultimi anni e averne ricordato le vittime, e ispirandosi alle proposte e agli stimoli della Lettera enciclica di Papa Francesco LAUDATO SI’, convengono sulla seguente dichiarazione.

Nella odierna realtà dei sistemi di comunicazione, caratterizzata da rumore dispersivo e da mezzi personali di connessione che spingono all’individualismo, la professione giornalistica è in evidente crisi ma conserva un ruolo insostituibile a favore della coesione sociale, della legittimazione della politica in contrasto con la regressione populista, della possibilità concreta di reinventare le ragioni di fondo della pace e del vivere civile, anche di fronte a fenomeni epocali come il riscaldamento globale e le migrazioni. Appare evidente che pace, giustizia e salvaguardia del creato sono tre questioni del tutto connesse, e che la questione ambientale presenta un punto di rottura.

Noi siamo convinti che i giornalisti debbano svolgere un ruolo importante nell’aiutare la società a affrontare questi problemi, e che così facendo i giornalisti stessi possano trovare risposte a quella carenza di credibilità della categoria che è forse la causa principale della crisi professionale.

Il diritto alla terra e alla sua salvaguardia sono beni indisponibili. La corruzione e l’egoismo individualistico ne ostacolano il rispetto. Gli amministratori pubblici, gli imprenditori, chiunque abbia poteri rilevanti è chiamato a operare in modo trasparente e responsabile. I singoli cittadini devono maturare la consapevolezza che ogni nostra azione ambientale avrà conseguenze sul futuro dei nostri figli.

Noi giornalisti proviamo dunque a fare un esame di coscienza. Sappiamo svolgere il nostro ruolo di “cani da guardia” nella società civile? Ci limitiamo a rincorrere la cronaca, o facciamo un giornalismo di inchiesta, di investigazione, sui fenomeni che riguardano la vita di tutti? Di fronte ai fiumi che non si puliscono, ai ponti mal costruiti, alle costruzioni erette dove non dovrebbero esserci, raccontiamo o stiamo zitti? O piuttosto siamo portati a scaricare le responsabilità delle carenze informative sui nostri editori? Siamo convincenti nel mostrare modelli virtuosi di comportamenti pubblici e privati, o piuttosto consideriamo ogni doverosa attenzione educativa come estranea alla nostra missione professionale?

Se i cittadini non controllano il potere politico – nazionale, regionale e municipale – neppure è possibile un contrasto dei danni ambientali. E come può esercitarsi questo potere dei cittadini in assenza di una informazione corretta? Come si può realizzare un dibattito ampio e approfondito sulle analisi di impatto ambientale dei nuovi progetti, non alterate da tentativi di corruzione o di pressioni indebite, in assenza di meccanismi trasparenti di informazione pubblica professionalmente certificata? Per realizzare politiche condivise, occorre che tutti siano adeguatamente informati nella prospettiva del bene comune.

Per diffondere la nuova cultura ecologica i giornalisti devono approfondire le proprie competenze con un approccio interdisciplinare, e promuovere alleanze responsabili con chi analizza fenomeni complessi e fornisce interpretazioni e previsioni.

In realtà, la professione giornalistica potrà avere un futuro solo attraverso la riscoperta della sua utilità sociale. I giornalisti devono maturare questa consapevolezza, impegnarsi a fondo reinventando il proprio ruolo al servizio delle comunità, e imparare a far buon uso di tutti gli strumenti che le nuove tecnologie mettono a loro disposizione, che consentono di costruire con i propri lettori/spettatori un rapporto nuovo basato sulla fiducia e la credibilità. La tutela dell’ambiente è un tema privilegiato in questo percorso.

Noi giornalisti UCSI vogliamo dichiarare il nostro forte impegno a approfondire e realizzare questi obbiettivi nelle nostre scelte professionali, anche attraverso nuove iniziative di formazione, e ci impegniamo a fondo perché i nostri editori maturino le nostre stesse convinzioni: il futuro della informazione professionale sta nella sua utilità sociale e, in ultima analisi, nell’esercizio concreto e responsabile di una mediaetica, e non nella ulteriore esaltazione di modelli consumistici già ampiamente diffusi nelle pratiche della comunicazione”.

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