L’8 marzo delle detenute: la festa nel carcere di Benevento

Viste dal carcere le donne non sono così distanti da come vengono descritte nell’immaginario collettivo. Certo non sono libere ma esprimono comunque la loro creatività e la loro passione tipiche del “genio” femminile. Hanno sogni e speranze, scrutano l’orizzonte del futuro ma hanno i piedi ben piantati nel presente che è fatto di rinunce, difficoltà e solitudini per gli errori commessi. Bisogna però varcare i cancelli di un istituto di pena per comprendere appieno che la donna non è soltanto generatrice di vita o instancabile lavoratrice in famiglia e in azienda ma può essere o diventare vittima dei soprusi dell’universale maschile.

A noi, ieri, 8 marzo, è stata data la possibilità di vivere la Giornata internazionale della Donna assieme ai detenuti del carcere di Benevento. Un momento voluto per la prima volta dal cappellano padre Salvatore D’Alessandro non tanto e non solo per celebrare una festa, quanto per riflettere e accendere i riflettori su una realtà che molto spesso viene taciuta. Vivere l’8 marzo, quindi, non in una logica autocelebrativa o autoreferenziale ma come stimolo per prendere coscienza che la donna, come ogni essere umano, va rispettata e amata.

In questo spirito è stata vissuta la celebrazione eucaristica domenicale che ha visto la partecipazione della direzione dell’istituto, dei detenuti ma anche di un folto gruppo esterno composto dall’Azione Cattolica Diocesana, dal Terzo Ordine Francescano e dal Gruppo di preghiera Madonna del Rosario di Pompei che hanno animato e curato la messa.

E’ bastata la liturgia del giorno per entrare nel vivo della riflessione e dell’attualità perché la Parola di Dio parla agli uomini e alle donne di ogni tempo. Ieri il Vangelo narrava l’episodio della cacciata dei mercanti dal tempio ad opera di Gesù. Tempio che non è soltanto l’edificio fisico nel quale si compivano i sacrifici ma che simboleggia anche il corpo umano. Il Figlio di Dio non vuole che il Tempio diventi un mercato. Invoca rispetto per la persona perché siamo fatti ad immagine di Dio. Gesù chiede amore per noi stessi e per chi ci sta accanto. Non vuole che utilizziamo gli altri. I 10 comandamenti che Mosè ha ricevuto sul Sinai sono la strada da seguire. E’ un cammino di libertà e di fedeltà che però non esclude la Croce, considerata “scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani” come ricorda San Paolo.

Mettendoci in questa prospettiva, ha detto padre Salvatore, è possibile comprendere quanta strada occorre ancora fare contro la violenza sulle donne e contro la cultura di morte che domina il mondo. Bisogna promuovere la cultura del dono, dell’accoglienza reciproca, valorizzando i carismi e dando valore alle piccole cose. Un messaggio forte, intriso di carità e misericordia, che riporta alla memoria le tante donne vittime della violenza dell’uomo ma che spinge anche ad un impegno a non chiudere gli occhi, a denunciare, a non aver paura, a resistere alla prepotenza e ai soprusi.

Un messaggio ed un impegno che il frate francescano ha affidato a tutti i detenuti ma che dal carcere arriva a ciascuno di noi. Non conosciamo le storie né tantomeno i reati di cui sono accusate le detenute che si trovano nell’istituto di Capodimonte ma dai loro volti traspariva il desiderio di intraprendere un cammino di liberazione interiore, di presa di coscienza, di valorizzazione delle loro grandi capacità. La ricchezza di una donna, d’altronde, non viene meno anche quando si sta dietro le sbarre, anche se si è sperimentata la sofferenza e la violenza, anche se si è stati complici o protagoniste di sbagli. Ciascuno di noi è importante perché siamo immagine di Dio che è misericordia ed amore infinito.

Quel ramoscello di mimosa consegnato al termine della celebrazione è stato dunque un impegno a non dimenticarle, a non lasciarle sole, a farle sentire donne nel significato più vero perché anche nella loro condizione non siano costrette a dimettersi dal loro essere donna e a perseguire i sogni a cui pensano durante le loro giornate.

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