La ricetta di Latouche: “Realizzare una società di prosperità senza crescita”

Pubblico della grandi occasioni questa mattina a Benevento per la lectio magistralis di Serge Latouche, economista e filosofo francese, invitato dall’Università degli studi del Sannio ad aprire il Master di II livello di manager delle imprese agro-sociali e delle reti territoriali. Un’iniziativa, promossa dal Dipartimento DEMM, che ben si sposa con i concetti che Latouche sostiene da anni: innanzitutto decrescita economica ma anche ri-territorializzazione come riscoperta del rapporto tra le comunità e i loro territori. Il Master, infatti, è finalizzato a creare profili professionali per il terzo settore che, attualmente, è uno dei pochi comparti che sta producendo occupazione e ricchezza. Una risposta alla crisi, insomma, che parte da uno sviluppo ancorato ai territori concepiti come spazi di creazione di valori e di fruizione di beni materiali e immateriali.

“Dobbiamo costruire una società di prosperità senza crescita. I nostri governi parlano ancora di crescita perché hanno paura di affrontare la sfida della decrescita”. La critica di Latouche al modello economico attuale è senza appello: “L’unica via possibile di salvezza si chiama decrescita che sta ad indicare un’altra economia e vuole dire pensare globalmente e agire localmente”. Ovviamente il termine decrescita ha un carattere essenzialmente provocatorio: “La crescita è un processo naturale ma non è detto che debba necessariamente riguardare la società umana. A differenza del corpo umano, può esistere uno sviluppo senza crescita. L’economia, infatti, è solo una parte dell’organismo che è la società”.

Per il filosofo francese, quindi, “una crescita infinita è incompatibile con un pianeta finito”. Come uscire da questa spirale? Innanzitutto abbassando il Pil anche se ciò “non significa ridurre il benessere” ma soltanto prendere atto che è giunto il momento di dire basta ad una società che “è stata fagocitata da un’economia capitalista e dalla promessa di una crescita infinita che non punta a soddisfare i bisogni delle persone”. Il consiglio di Latouche è “diventare agnostici del progresso ed ateisti dell’economia” perché la società della crescita è stata totalmente colonizzata dall’economia e soltanto attraverso l’uscita dall’imperialismo economico si ritroverà la diversità culturale.

Da queste basi nasce anche il pensiero di Latouche relativamente alla ri-territorializzazione e alla ri-localizzazione. Due termini che significano la necessità di mettere la parola fine alla mondializzazione che, per il noto economista, “è diventata la mercificazione del mondo”. Sul banco degli imputati sono finite soprattutto le politiche di libero scambio. Secondo Latouche, infatti, è giunto il momento di tornare a parlare di protezionismo. “Abbiamo bisogno di proteggerci da tutti i punti di vista perché è la condizione della sopravvivenza e la strada per ritrovare l’autosufficienza”. Protezionismo che fa il paio con il rafforzamento dell’autonomia locale ma anche energetica, alimentare, culturale.

Il progetto non esclude la politica. “E’ necessario ritrovare il senso della democrazia locale, a livello delle comunità”. Riferendosi anche all’attuale crisi del modello europeo, Latouche ha lanciato l’idea di bioregioni considerate come entità che possono avere un’autosufficienza ed istaurare legami con altre bioregioni alle quali essere associate in forma confederativa.

Ovviamente il primo passo è quello della delocalizzazione dell’immaginario: “La decrescita non è un’alternativa ma una matrice di cambiamenti. Una volta liberati dall’imperialismo della società della crescita ritroveremo la diversità culturale, dei luoghi e delle sensibilità. L’economia capitalista ha omologato il mondo. Dobbiamo tornare al senso della misura e del limite, come ci insegna la filosofia greca, per uscire dal terrorismo della razionalità”.

Serge Latouche è stato accolto a Benevento dal rettore dell’Università Filippo De Rossi che, nel suo saluto, ha espresso vivo apprezzamento per l’organizzazione del Master che “dimostra attenzione al territorio visto come elemento di produzione e di sviluppo”. Il direttore del Dipartimento DEMM, Giuseppe Marotta, ha aggiunto che l’iniziativa ha “un’impostazione di grande apertura culturale al fine di consentire ai partecipanti di mettere a confronto visioni diverse per comprendere se è possibile trovare vie di uscita dalla crisi economica strutturale nella quale ci troviamo”. Presente anche Salvatore Esposito, presidente della rete Mediterraneo Sociale, che ha sottolineato la partecipazione al Master di due allieve albanesi.

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