Benevento chiama Roma: “Non possiamo non dirci europei”

“La soluzione ai problemi dell’Italia non è l’uscita dall’Euro, puntando sul malcontento dei cittadini”. Parola di Antonio Tajani, vicepresidente del Parlamento Europeo, intervenuto ieri a Benevento nel corso di un lungo dibattito organizzato dai Lions Club presso la Camera di Commercio. Una riflessione a tutto campo sul ruolo del Sud in Europa che è diventata anche l’occasione per ribadire concetti diversi da quelli che nel pomeriggio sono risuonati a Roma nel comizio del leader leghista Matteo Salvini. A fine giornata forte è il contrasto tra gli slogan di Piazza del Popolo e le argomentazioni ascoltate nel consesso beneventano.

A Salvini che ha definito il premier Matteo Renzi “servo sciocco della Banca Centrale di Francoforte”, Tajani ha replicato ricordando che “l’Italia è tra i Paesi fondatori dell’Europa. E’ vero che ci sono tantissime cose che non vanno, che non ci piacciono ma non esistono motivi sufficienti per buttare a mare millenni di storia in comune”. Non possiamo non dirci europei ha rincarato la dose il vicepresidente del Parlamento Europeo che ha rimarcato l’importanza di tenere fisso lo sguardo sull’identità, sulle radici per poter progettare il futuro. “L’Europa non è solo la Banca Centrale o i finanziamenti”, ha precisato Tajani che poi ha disegnato un modello economico, quello sociale di mercato, che “mette al centro di ogni sua attività la persona. Serve una economia diversa che punti sicuramente al risanamento dei conti pubblici ma anche a serie politiche di sviluppo”. Infine l’esponente di Forza Italia ha annunciato che il prossimo bilancio dell’Ue prevede 180 miliardi di euro per nuove politiche industriali ed ha auspicato che i fondi della nuova agenda vengano spesi seriamente per rendere competitive le Regioni più svantaggiate, coinvolgendo anche i privati nella realizzazione delle infrastrutture.

Una posizione fieramente europeista è stata espressa, nel corso del dibattito, anche dal sottosegretario alle infrastrutture, Umberto Del Basso De Caro, il quale però ha svolto anche una disamina attenta sui problemi che riguardano la percezione dell’Europa da parte dei cittadini. “In questo momento storico l’Europa è concepita più come luogo di divieti che come opportunità per i singoli Stati – ha sottolineato l’esponente del Governo -. Il Patto di Stabilità ha messo in crisi tutte le Amministrazioni. Abbiamo il danaro in tasca ma non possiamo spenderlo perché le tasche sono cucite con il filo di ferro”. Per De Caro è necessario modificare in meglio questa visione pessimista per tentare di costruire un’immagine positiva del nostro stare in Europa, guardando anzitutto a ciò che l’Italia può fare direttamente. “E’ un errore, ad esempio, dire che è sempre colpa dell’Europa. Siamo noi che non riusciamo a spendere i fondi europei. Ci sono evidenti problemi di qualità della spesa. Non è neppure un fatto positivo che sia scomparso il Ministero della Coesione territoriale e che i fondi siano finiti nella disponibilità diretta della Presidenza del Consiglio. Non vorrei che si ripetesse la storia dei fondi Fas che sono stati utilizzati per servire gli interessi del Nord”.

Prima degli esponenti politici era stato Jean Pierre El Kozeh, animatore culturale ed agente letterario, ad analizzare il diffuso sentimento anti-europeista che serpeggia in Italia e non solo. “Abbiamo bisogno di un racconto nuovo dell’Europa. Serve un’emozione, un sogno perché i popoli non possono ritrovarsi attorno ai bilanci. C’è un evidente vuoto di pedagogia. I giovani vivono una dimensione personale ma non ragionano in un’ottica collettiva. Non si sentono appartenenti all’Europa. Perciò è indispensabile recuperare il racconto più alto e questo è un compito che spetta alla politica che deve ripartire dai territori, dando entusiasmo alle persone”.

Sulla messa in discussione dello spirito costituente si è pronunciato anche Roberto Costanzo che del Parlamento Europeo è stato deputato nel 1979 e nel 1984. Nel suo intervento, però, Costanzo ha focalizzato la sua attenzione sul ruolo che l’Europa ha giocato per lo sviluppo del Sud. “Dagli anni settanta ad oggi l’Europa ha destinato numerosi interventi finanziari per il Sud ma non sempre i fondi sono stati utilizzati per lo sviluppo complessivo delle regioni meridionali nello spirito del Trattato di Roma. Il Sud in Europa c’è per chiedere e per rivendicare ma non sempre ha dimostrato di utilizzare al meglio i finanziamenti e le politiche europee. Per questo motivo dobbiamo diventare più europei nella programmazione e nell’utilizzo delle risorse. Il Sud in Europa deve continuare ad esserci per entrare nella logica europea rivendicando anche un’Europa più compromessa con quanto avviene a sud del Continente”.

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