La politica secondo un gesuita: la Chiesa non occupa spazi ma accompagna l’uomo

La politica costruisce felicità? E’ questo l’interrogativo a cui ha dato una risposta padre Francesco Occhetta, gesuita, redattore della Civiltà Cattolica, ospite ieri sera a Cives, il laboratorio di formazione al bene comune organizzato dalla Diocesi di Benevento.

Il quesito non è di facile risoluzione se si tiene conto dei cambiamenti che sono intervenuti nel contesto socio-politico italiano. Anzitutto è mutato il linguaggio: messo in archivio il linguaggio razionale dei partiti della cosiddetta Prima Repubblica, gli attuali leader politici utilizzano il linguaggio narrativo che colpisce maggiormente l’opinione pubblica. Bisogna poi fare i conti con la dispersione etica ed antropologica, con le incertezze sulla definizione della categoria “mondo cattolico”, con la tensione tra diritto naturale, diritto soggettivo e concezione della libertà. Non bisogna infine dimenticare che il bipolarismo politico della Seconda Repubblica ha creato anche un bipolarismo ecclesiale.

Tutto ciò è avvenuto perché, negli ultimi venti anni, la politica è andata in crisi, si è destrutturata. Come è stato possibile questo fenomeno? Le cause, secondo padre Occhetta, sono da rintracciare nelle deleghe in bianco che i cittadini hanno consegnato alla politica fino agli anni Novanta. Le conseguenze sono state disastrose: partiti chiusi, tecnicalizzazione della politica, mediatizzazione e verticalizzazione del potere, professionalizzazione della politica, conflitti crescenti tra potere statale e potere delle autonomie locali, disinteresse dei rappresentanti istituzionali nei confronti del territorio, Parlamento succube del Governo.

Il confronto con i cambiamenti in atto è indispensabile perché tutti siamo attori politici ed allora sarà bene interrogarci su come abitiamo lo spazio pubblico. Siamo autentici o bipartiti? Molto spesso vogliamo venderci nel mercato della felicità anche se la nostra vita non corrisponde a quella che mostriamo. “Non si può essere buoni politici se prima non si signoreggia se stessi”, ammoniva Santa Caterina da Siena. L’autenticità, quindi, è un primo, importante valore da custodire. In politica il testimone è un arciere. Le sue parole sono le frecce. Cambia però la forza dell’arciere che le lancia. A noi arrivano le parole che hanno coerenza con la vita di chi le pronuncia.

I cambiamenti non devono spaventarci. Padre Occhetta ha analizzato puntualmente la destrutturazione delle dimensioni del tempo e dello spazio che hanno conseguenze nella vita sociale e politica di ciascuno. Abbiamo paura del futuro, del diverso. Cresce l’individualismo, non c’è lavoro e dove c’è regna l’infelicità. Anche il concetto di spazio è mutato: internet indica una navigazione dove tutto è più complesso. Non c’è più una strada delineata che viene consegnata dalle precedenti generazioni.

Nonostante il disorientamento, però, possiamo essere felici. Come? Innanzitutto non possiamo continuare ad essere adolescenti nello spazio pubblico. Dobbiamo diventare adulti con la consapevolezza che solo così possiamo ricostruire delle politiche. Nella crisi che stiamo attraversando sarebbe assurdo pensare di delegare tutto agli altri senza assumerci delle responsabilità in prima persona. Ed allora la prima dimensione da custodire è la vita spirituale: discernimento dello spirito, desiderio personale e comunitario, contemplazione, distinzione tra la vita religiosa personale e sociale da quella di fede. Tenendo poi sempre a mente i quattro principi di Papa Francesco: la superiorità del tutto sulle parti, la superiorità della realtà sull’idea, la superiorità dell’unità sul conflitto e la superiorità del tempo sopra lo spazio (non conquistare spazi ma accompagnare i processi umani).

Ecco cosa possiamo fare con lo sguardo fisso al principio di laicità per entrare in politica con la propria fede senza imporla ma sapendola proporre. Per fare ciò, però, è importante conoscere la nostra tradizione, ciò in cui crediamo. Solo così potremo rendere comprensibili nello spazio pubblico i nostri principi, rendendoli attuali, affinché il nostro linguaggio possa essere ascoltato anche da chi non condivide le nostre idee.

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