Il Premio Strega è lo specchio dell’Italia di ieri e di oggi

Il Premio Strega è una grande storia italiana, suscita curiosità e simpatia, piace agli amanti dei libri. E’ una grande storia non solo e non tanto per le 68 edizioni alle spalle ma perché il Premio è da sempre un formidabile contenitore di storie, di retroscena, di polemiche, trasformatosi nello specchio dell’Italia di ieri e di oggi. Una storia prestigiosa, comunque la si pensi, che è diventata un romanzo intitolato “La Polveriera” e pubblicato da Mondadori. A scriverlo Stefano Petrocchi, attuale direttore della Fondazione Bellonci e segretario del comitato direttivo dello Strega. Una voce di dentro, quindi, la migliore fonte visto che Petrocchi ha iniziato da stagista la sua esperienza professionale all’interno di Casa Bellonci e da lì non è più uscito fino a ricoprire il vertice della più importante e prestigiosa organizzazione letteraria del Paese.

L’autore è stato ospite ieri sera a Benevento, presso lo stabilimento dell’azienda Strega. Non poteva esserci location migliore, d’altronde, per presentare il volume che racconta la storia di una manifestazione che è indissolubilmente legata al capoluogo sannita e all’impresa del famoso liquore. E’ bastata la scenografia dello Spazio Strega di piazza Colonna per far entrare i partecipanti alla serata voluta dalla Società Dante Alighieri all’interno della magia del Premio con le copertine dei vincitori di tutte le edizioni e con la famosa lavagna della cinquina del 2014. Una narrazione, plasticamente rappresentata, che simboleggia l’orgoglio di aver portato il nome di Benevento all’interno di una storia fatta di personaggi illustri del mondo culturale ed intellettuale italiano.

Venendo alla “Polveriera” descritta da Petrocchi, la giornalista Enza Nunziato ha apprezzato la scelta del titolo in quanto “il premio racchiude tante bellezze ma anche tante contraddizioni”. Il libro è un affresco dello Strega e racchiude alcuni personaggi, alcuni noti, altri meno. “In tutto il romanzo emergono le polveri che ricoprono i libri, le votazioni, le interferenze degli editori. Le polveri del mistero che aleggiano su Casa Bellonci”. Per Nunziato il Premio Strega è collegato ad Annamaria Grimoaldi che “aveva una personalità molto forte che però commetteva anche alcuni errori. Era in grado di gestirli bene senza dover rendere conto a nessuno, risolvendo da sola gli inconvenienti e comunque facendo crescere il premio”. Premio che, nonostante gli anni trascorsi, nonostante qualche bruttura del dietro le quinte, è secondo la giornalista, “il riconoscimento letterario più ambito da tutti gli autori perché c’è anche un ritorno pubblicitario ed economico e comunque riesce ancora a veicolare il valore della lettura”.

Sulla figura di Annamaria Grimoaldi si è pronunciata anche Maria Cristina Donnarumma che oggi rientra tra i 400 Amici della Domenica. “Annamaria aveva modi duri ed energici perché ci teneva al rispetto delle regole – ha ricordato la professoressa -. A Casa Bellonci c’è una magia per chi ama la letteratura. Il libro di Stefano ha aperto alcuni bauli che erano rimasti chiusi e dove c’erano storie interessanti come quelle dei franchi tiratori, delle schede bianche, dei tradimenti e delle polemiche. Vengono fuori tanti altarini come l’affaire Pasolini che andava in cerca voti fino al giallo della morte di Annamaria”.

D’altronde era stata la stessa fondatrice, Maria Bellonci, ad aver ammesso candidamente di avere la percezione di aver architettato una polveriera. Il libro, ha spiegato l’autore, è nato dalla sua curiosità di comprendere ciò che il Premio è diventato nel tempo. Una scrittura iniziata nel 2009 in un’edizione che fu caratterizzata da tante polemiche tra due finalisti come Antonio Scurati e Tiziano Scarpa, poi vincitore per un voto. Petrocchi attinge all’archivio delle lettere di Maria Bellonci da cui è emerso un punto di vista che sin qui non c’era. “Mancava una prospettiva storica, uno sguardo più ampio sul premio che andasse oltre le cose che ogni anno vengono scritte dai giornali”.

Nelle motivazioni del libro anche la voglia di raccontare Annamaria Grimoaldi di cui Petrocchi è stato un fedele collaboratore per numerosi anni. “Non volevo che fosse dimenticata. E’ stato uno strano personaggio, sempre dietro le quinte. Nel libro la chiamo capo senza mai nominarla perché avevo la necessità di distanziarmi da lei per raccontarla dall’esterno. Annamaria era una persona che faceva e non che insegnava. Tutto ciò che poteva trasmettere arrivava per via indiretta. La fondazione si occupava della promozione, dei progetti nelle scuole; al resto del premio ci pensava lei. Aveva l’abitudine di decidere di testa sua anche se chiedeva il parere delle persone che le stavano vicino”.

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