Lettera a chi ci accusa di essere omofobi e sessisti

E’ trascorsa una settimana dal convegno promosso dall’Istituto Santa Famiglia di Benevento che ha visto la partecipazione dell’avv. Gianfranco Amato, presidente del movimento Giuristi della Vita. Avremmo voluto continuare a parlare di famiglia, da “difendere” contro l’impoverimento, la dimenticanza, la progressiva irrilevanza sociale e culturale, la famiglia “grande imputata” e quindi da smantellare. La famiglia, invece, da promuovere perché baluardo allo sgretolamento del tessuto sociale, perché primo soggetto educativo. Avremmo voluto capire se gli interventi fossero stati convincenti o meno. Avremmo voluto, infine, che tutto fosse ricondotto al confronto civile e razionale, senza che l’opinione contraria, anziché controbattuta civilmente a parole, sia manipolata, etichettata e appesa al chiodo dell’omofobia e del sessismo.

Ma ormai, nell’infantile immaginario dei contestatori, quello di giovedì scorso è stato un “convegno omofobo”, come tale da zittire. Eppure si tratta delle stesse persone che da una parte sfilano in nome dell’assoluta libertà d’espressione e poi fanno del teppismo verbale contro chi la pensa diversamente. Perché la vera malattia è il pensiero unico. Lo ha denunciato ieri, con grande lucidità, il direttore de “Il Mattino”, Alessandro Barbano, con un editoriale in prima pagina. “Ciò che sta accadendo non ha niente a che vedere con la lotta contro le discriminazioni, né con l’emancipazione. E’ una guerra di potere che si propone, fin qui con discreto successo, di delegittimare l’istituzione familiare nel discorso pubblico, facendola apparire politicamente scorretta, e di imporre un’ideologia di genere, l’unica riconosciuta e perciò sostenibile”.

Il fondamentalismo dei diritti civili non è qualcosa di astratto. Basta leggere la notizia riportata giovedì scorso dal quotidiano “Avvenire” per capire cosa sta avvenendo in Italia. Il Consiglio dell’ordine degli psicologi della Lombardia ha sospeso per tre mesi il dott. Paolo Zucconi, psicologo da 30 anni. La sua colpa? Il 19 luglio 2013, sul sito “guida psicologi.it” ha risposto ad un visitatore che chiedeva se è possibile uscire dall’omosessualità. Zuccoli articola la sua risposta citando i protocolli della terapia cognitivo-comportamentale, da tempo utilizzati con successo negli Stati Uniti ma anche in Europa, e spiega che quando una persona avverte un evidente disagio nel suo comportamento sessuale è possibile ricorrere a queste terapie. Un collega napoletano chiede immediatamente la rettifica e poi lo denuncia all’ordine che avvia un procedimento conclusosi con la sospensione.

Ha commentato padre Maurizio Patriciello: “Non mi piace il clima artefatto, posticcio e le relative strumentalizzazioni che si stanno creando attorno al problema dei fratelli e delle sorelle omosessuali. Temo che alla fine la caccia agli omofobi, o presunti tali, renda un pessimo servizio a tutti: omosessuali compresi. Occorre invece mantenere i nervi saldi e avere un grande amore per tutti, anche per quei fratelli – e non sono pochi – che, pur sentendosi attratti verso lo stesso sesso, chiedono con pudore, a bassa voce, di essere aiutati a uscire da una situazione per loro imbarazzante e dolorosa”.

Tutto ciò, però, fa i conti con un’ostilità ideologica senza precedenti. Addirittura l’Europa e le Nazioni Unite, per non parlare delle Regioni italiane, finanziano scuole, università e strutture formative che propongono la visione del gender. Eppure, proprio nell’ultimo giorno del suo viaggio in Asia, Papa Francesco ha tuonato: “Attenti alle colonizzazioni ideologiche che vogliono distruggere la famiglia, che non nascono dai sogni, dalla preghiera, dall’incontro con Dio, dalla missione che Dio ci ha dato. Vengono da fuori, per questo dico che sono colonizzazioni. Non perdiamo la libertà che Dio ci ha dato, la missione della famiglia! E così come i nostri popoli in un certo momento della storia hanno maturato la decisione di dire no ad ogni tipo di colonizzazione politiche, come famiglie dobbiamo essere molto sagaci, forti nel dire no a qualsiasi intento di colonizzazione ideologica sulla famiglia”.

Il contesto è difficile ma non bisogna perdere la speranza. Nel corso del convegno in Seminario abbiamo constatato che c’è una gran voglia di identità e di orgoglio. Di riconoscersi. Di gridare il proprio dispetto e riaffermare le proprie ragioni. Chi pensava di zittirci con qualche manifesto e qualche post su Facebook è rimasto a bocca asciutta.

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