La gratuità non è una nicchia ma parla alla politica e all’impresa

Come riannodare il filo che lega il mondo del terzo settore con il concetto di gratuità? La domanda è lecita dopo i fatti di “Roma Capitale” che hanno incrinato il rapporto di fiducia di cui gli italiani hanno sempre dato prova nei confronti del volontariato e della cooperazione sociale.

Edoardo Patriarca oggi è deputato del Partito Democratico ma per una vita è stato un simbolo dell’associazionismo cattolico impegnato nel terzo settore tanto è vero che ancora ricopre la carica di presidente del Centro nazionale per il Volontariato. Ieri è stato ospite di Cives, il laboratorio di formazione al bene comune organizzato dall’Ufficio per il lavoro e i problemi sociali della Diocesi di Benevento. La sua relazione era dedicata al binomio “creatività e gratuità” ma ovviamente il ragionamento di Patriarca ha toccato la stretta attualità connessa anche alla sua attività parlamentare.

La riflessione non poteva non partire da un dato di fatto: la dimensione della gratuità è in crisi perché c’è stata una visione economica tutta incentrata sul consumo personale che ha imposto il suo imprimatur anche in altri settore e ha pervaso finanche la vita sociale ed affettiva. La crisi economica si è trasformata in antropologica perché si è pensato di poter misurare la felicità attraverso gli indicatori economici, svilendo l’importanza dei beni comuni.

Questo modello è miseramente fallito. La sfida, nella quale i cattolici devono sentirsi particolarmente impegnati, è provare a riscrivere le regole dell’economia per tornare a crescere nella dimensione della comunità. Bisogna anzitutto credere in una visione solidaristica dell’economia di mercato. La gratuità, ha giustamente osservato Patriarca, non è un concetto che riguarda soltanto il volontariato. E’ una dimensione che deve essere estesa anche agli altri campi della vita politica, sociale ed economica.

Un primo luogo strategico in cui ribadire questo valore è certamente quello dell’impresa. La dinamica del dono, infatti, non è alla fine ma all’inizio del processo economico. E’ possibile vivere la gratuità all’interno delle relazioni d’impresa, valorizzando i lavoratori e le loro competenze. D’altronde, soltanto dando fiducia alle persone saremo capaci di ricostruire i legami sociali che sono saltati. La parola gratuità deve poi tornare a parlare al mondo della politica. Abbiamo il bisogno di politici ed amministratori che investano sui beni comuni che possono diventare strumenti di crescita economica in quanto le relazioni sociali possono costruire buona economia. Infine, c’è l’ampio e complesso settore del welfare, ad alta potenzialità di occupazione, che comporta un’assunzione di responsabilità nei confronti della società.

Ovviamente il percorso da fare è ancora lungo e difficile. Patriarca ha infatti indicato una questione culturale: bisogna recuperare l’arte del dono, del bene comune, dello stare assieme come asset strategico del Paese. Al centro devono tornare le persone e le comunità e poi il mercato, la competitività, i nuovi prodotti. E’ un processo che non riguarda soltanto la politica, l’impresa o il terzo settore. Ciascuno deve prendersi il proprio pezzo di responsabilità senza attendere l’intervento “salvifico” dello Stato.

Accanto a questa rivoluzione culturale c’è poi un percorso di messa a sistema del terzo settore che conta circa un milione di posti di lavoro in Italia. Patriarca, ieri sera, ha parlato della legge delega attualmente depositata in Parlamento ed in discussione in Commissione. L’obiettivo è dare la possibilità a tutti i cittadini di agire per il bene comune perché nel Paese ci sono tante energie inespresse e tanti orpelli burocratici che impediscono di investire nel sociale. Per fare ciò occorrono quattro mosse: riforma del codice civile, sostegno alle imprese sociali, agevolazioni fiscali per premiare le erogazioni liberali ed estensione del servizio civile per accogliere tutte le richieste.

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