Il nemico non è Francesco Caruso ma il precariato e i tagli alla ricerca

La scorsa settimana, su “L’Espresso”, Roberto Saviano osservava che l’Italia è un Paese in cui il dibattito pubblico è dettato unicamente dall’agenda politica. Se un’inchiesta coinvolge politici, allora assume centralità, se uno scandalo coinvolge i politici, i media se ne occupano. Le priorità della politica diventano le priorità del Paese. Questo aspetto, per l’autore di Gomorra, è la prova tangibile del disorientamento che gli italiani stanno vivendo.

Saviano ha ragione quando scrive che siamo succubi della comunicazione politica. Ne abbiamo avuto prova nei giorni scorsi con la polemica montata attorno a Francesco Caruso. L’ex deputato di Rifondazione Comunista è finito nel mirino per aver ricevuto dall’Università di Catanzaro un contratto semestrale di 2.400 euro lordi (poco meno di 350 euro al mese) per insegnare il corso di Sociologia dell’ambiente e del territorio. L’incarico all’ex attivista no-global è giunto al termine di una regolare selezione dell’Ateneo, attivata attraverso un bando pubblico.

La notizia ha sollevato subito un mare di polemiche. Il sindacato autonomo di polizia ha evocato i cattivi maestri. In campo è sceso addirittura il presidente del Consiglio Comunale di Catanzaro eletto con Forza Italia. I giovani militanti della destra calabrese hanno tappezzato la città con manifesti criticando la parabola di Caruso passato “da fallito rivoluzionario” alla vita di “barone universitario”. A spegnere il fuoco ci ha pensato il coordinatore del corso di laurea il quale ha osservato che l’Università fa accademia e non politica. E’ stato pubblicato il bando e Caruso si è regolarmente candidato. Poi è stato valutato per i titoli di studi, le pubblicazioni, l’esperienza nella docenza. I trascorsi politici, ovviamente, non possono essere oggetto di valutazione da parte di una commissione universitaria.

A chiudere il caso, infine, è stato lo stesso ex parlamentare che in passato è stato più volte al centro della cronaca nazionale per alcune frasi e manifestazioni. In un post sul suo profilo Facebook, Caruso ha fatto presente ai suoi contestatori che “avere un contratto semestrale di 2.400 euro lordi (poco meno di 350 euro al mese) per insegnare a oltre duecento studenti, si chiama precariato, non baronato”.

Caruso ha centrato il problema. La notizia del suo incarico professorale sarebbe potuta diventare una buona occasione per accendere i riflettori sul mondo dell’Università e per parlare di problemi seri come il precariato ed i tagli costanti alla ricerca scientifica. L’impressione è che si parla di Caruso per non parlare delle questioni vere di questo Paese.

Il nemico non è Caruso additato come un cattivo maestro ma le difficoltà, sempre più evidenti, a cambiare l’Italia. Dal Governo in carica, ad esempio, ci saremmo aspettati un’apertura maggiore a riforme necessarie che avrebbero avuto come effetto immediato un miglioramento delle condizioni di vita di molti italiani. Ci sono parole d’ordine che il Governo, nell’anno che si è appena concluso, non ha pronunciato e, quel che peggio, che noi non abbiamo preteso con forza venissero pronunciate. Parole come precariato e tagli alla ricerca che fanno dell’Italia un Paese sempre più povero di giovani cervelli.

Ma siamo certi che tutto questo dipenda solo da chi ci governa? Siamo certi di non essere anche noi sordi alle reali esigenze? Grazie al “caso” Caruso ci siamo accorti che il dibattito pubblico è, come si diceva all’inizio, dettato unicamente dall’agenda politica. Basta una polemica sull’ex deputato Prc per farla diventare prioritaria nella scala delle notizie. Non facciamoci ingannare ancora una volta. Auguri a Francesco per la nuova avventura. A noi resta il compito di riportare la politica nella realtà per affrontare i problemi che davvero creano allarme e preoccupazione per le sorti dell’Italia intera.

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