Diciamo no all’ideologia di Stato in Italia su omofobia e nozze gay

Sapevamo che non sarebbe stata una passeggiata parlare a Benevento di famiglia, omofobia, nozze gay e gender. Affrontare questi temi è difficile all’interno e fuori dalla Chiesa. C’è paura ad esporsi e a condividere un grido di allarme che riguarda ciascuno di noi. D’altronde, è bastato annunciare la conferenza dell’avv. Gianfranco Amato, presidente dei Giuristi per la Vita, per scatenare accuse di bigottismo, odio, intolleranza, violenza verbale, tradizionalismo religioso e chi più ne ha più ne metta. Sarebbe stato utile venire ieri sera al Seminario Arcivescovile per constatare di persona che queste parole non sono assolutamente state pronunciate nei confronti del mondo omosessuale. Nessun atteggiamento di sfida, nessuna contrapposizione ma soltanto la rivendicazione coraggiosa di una posizione legittima all’interno del dibattito pubblico. Non si comprende, infatti, perché tutti possono esprimere la propria opinione, escluso il mondo cattolico.

Partiamo anzitutto dalla verità dei fatti. In Commissione Giustizia del Senato è in discussione il disegno di legge Cirinnà sulla materia delle unioni gay e coppie di fatto. Per queste nuove configurazioni il legislatore pensa di applicare tutte le specifiche del matrimonio, con la sola esclusione dell’adozione. Una volontà che però va contro l’art. 29 della Costituzione dove “la Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”. La famiglia, dunque, è stata considerata dai padri costituenti un elemento prepolitico e pregiuridico. Lo Stato, infatti, si limita a prendere atto di un dato oggettivo di natura che ovviamente è sottratta alla disponibilità dell’ordinamento giuridico. Se in Italia, per via legislativa, si aprirà la strada al riconoscimento di patti paramatrimoniali tra omosessuali, vorrà dire che ci sarà l’imposizione di un modello diverso di famiglia e che quindi la funzione legislativa verrà utilizzata a fini ideologici.

Il ddl Cirinnà non è l’unico esempio di questa deriva pericolosa. Alla Camera dei Deputati, infatti, è stato approvato in prima lettura il disegno di legge proposto dal sottosegretario Ivan Scalfarotto sulla materia dell’omofobia. In questo caso sono diversi i rischi che comporta un intervento normativo in questo settore. Innanzitutto si pensa di inserire un reato all’interno del Codice senza definire cos’è l’omofobia. L’importante è far credere che in Italia ci sia un grave ed allarmante fenomeno di discriminazione basato sull’orientamento sessuale, talmente diffuso da imporre ferree ed esemplari misure legislative per contrastarlo. Questo sarebbe talmente vero che le disposizioni della legge sull’antisemitismo e sul razzismo vengono estese alla legge sull’omofobia.

E’ evidente che è una grande menzogna e che invece c’è un problema ideologico e culturale. Non c’è una definizione di omofobia e quindi lo Stato pretende di punire soltanto l’intenzione, e non l’azione, e di introdurre nella società categorie differenziate con tutele diverse. Non basta l’art. 3 della Costituzione che sancisce che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale, e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Il ddl Scalfarotto è inoltre pericoloso perché limiterà di molto la libera manifestazione del pensiero e la libertà religiosa. Quando la norma diventerà legge, per fare qualche esempio, non sarà più possibile dire che l’omosessualità è un peccato o affermare che il concetto di famiglia contiene le dimensioni della dualità, della procreazione e della finalità educativa.

La verità è che in Italia si sta diffondendo a macchia d’olio il fenomeno dell’eterofobia e non è esagerato constatare che mancano anche le condizioni minime di sicurezza per affermare pubblicamente alcuni concetti. Si potrebbe prendere il caso dell’insegnante di religione di Moncalieri finita nel tritacarne mediatico per alcune frasi distorte dai media sull’omosessualità o il caso di Guido Barilla costretto ad una retromarcia pazzesca per aver pronunciato il suo pensiero sul riconoscimento delle coppie gay.

Non parliamo poi di quanto sta accadendo nel mondo della scuola. Ci sono documenti di organizzazione appartenenti al Dipartimento delle Pari Opportunità presso la Presidenza del Consiglio che parlano di una strategia nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere. Si chiede, tra l’altro, di introdurre corsi di formazione per il personale docente e non, di eliminare la modulistica che discrimina le unioni che non entrano nella sfera della famiglia naturale, di accreditare le associazioni omosessuali come enti di formazione e di introdurre a scuola la letteratura omosessuale. Tutti ricordiamo quanto è già accaduto a Roma, nel Liceo Giulio Cesare, dove i docenti hanno deciso di inserire nel programma di studi la lettura del testo di Melania Mazzucco “Sei come sei” per avvicinare gli studenti al tema dell’omosessualità, della diversità e della tolleranza.

Il testo racconta la storia di Eva, una bimba di undici anni e con nessuna famiglia, perché la sua ha smesso di esserci quando è morto il padre. L’altro genitore, infatti, per la legge italiana non esiste: nel suo caso non è la mamma ma un altro uomo, ancora un padre. Presa in giro dai compagni di scuola, Eva si ribella ai bulli e scappa, alla ricerca dell’altro padre, quello di cui non porta il cognome, quello che su di lei non ha potestà. Il libro ripercorre le tappe della vita della ragazzina, racconta la determinazione con la quale due uomini scelgono di essere padri. Dinanzi a tutto ciò, i genitori non erano stati minimamente coinvolti, ma ciò che è più grave è che veniamo riportati indietro di 70 anni attraverso la proposizione di un’antropologia capovolta.

Perciò ritornano d’attualità le parole di papa Francesco: “Occorre sostenere il diritto dei genitori all’educazione dei propri figli e rifiutare ogni tipo di sperimentazione educativa sui bambini e giovani, usati come cavie da laboratorio, in scuole che somigliamo sempre di più a campi di rieducazione e che ricordano gli orrori della manipolazione educativa già vissuta nelle grandi dittature genocide del secolo XX, oggi sostituite dalla dittatura del pensiero unico”.

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