Cari sanniti, impariamo da Mimmo Paladino il senso dell’appartenenza

Basta leggere i quotidiani locali o aprire la bacheca di Facebook per capire che noi sanniti siamo un popolo di piagnoni. Forse non ci rendiamo conto che utilizziamo la maggior parte del nostro tempo e delle nostre energie per piangerci addosso, recriminare le cose che non vanno, lamentarci dei politici e degli amministratori. Siamo scontenti di tutto, non accettiamo di vivere in un’area interna, la vita di provincia ci sta stretta. Non facciamo altro che guardare il giardino del vicino perchè è sempre più verde del nostro.

Per fortuna c’è qualcuno che ci riporta alla realtà e ci fa riscoprire il senso delle radici ed il senso dell’appartenenza ad un territorio, ad una memoria, a dei codici culturali. Sto parlando dell’artista Mimmo Paladino. Non so quanti di noi hanno avuto modo di leggere sul primo numero del 2015 del settimanale “Espresso” il colloquio tra l’artista ed il giornalista Enrico Arosio. Paladino è stato inserito in un elenco di diverse personalità di numerosi settori per parlare dei sentimenti, ossia delle parole chiavi, per il nuovo anno. Il sentimento dell’appartenenza è stato approfondito dallo scultore sannita in un’intervista avvenuta proprio nella sua casa-studio di Paduli.

E’ superfluo ricordare che Paladino è tra i massimi artisti italiani in attività. Si sta preparando per partecipare alla Biennale e sta lavorando ad un nuovo libro. Si muove tra Milano e Londra, New York e Svizzera. Ha uno studio in piazza Navona a Roma. Eppure, il maestro passa diversi mesi l’anno a Paduli insieme a sua moglie Imma. Una circostanza che ha molto incuriosito “L’Espresso”. Per Paladino l’arte è nomade, ma per ogni artista è centrale il rapporto con il suo territorio e i suoi codici culturali.

Leggete le parole che Paladino utilizza per parlare di Paduli: “Qui siamo fuori da interferenze sociali e mondane. Ma non è un rifugio. E’ un luogo in cui ho vissuto a lungo, parte della mia formazione estetica, non solo emotiva”. Su Benevento, a cui ha donato l’Hortus Conclusus, aggiunge: “E’ un lungo di interferenze storiche. Città sannita, romana, longobarda. Non così mediterranea. I longobardi costruivano mura ed edifici con i pezzi che trovavano, frammenti, capitelli, teste romane. Qui c’è quello che a Roma appare in forma macroscopica: l’idea di stratificazione”.

Un senso di orgoglio e di appartenenza che poi si trasforma anche in cura del proprio vissuto. Interrogato sulle sculture che spuntano tra olivi e mimose del suo giardino o che emergono dal prato, Paladino risponde che sono forme che ha collocato a caso: “Forme destinate a restare. Le statue in terracotta, come i bronzi, si coprono della patina del tempo. Alcune viaggiano, vanno alle mostre, e poi tornano alla casa del padre. Altre non si sono mai mosse. I Testimoni bianchi nel prato sono lì da vent’anni. Fanno ormai parte del paesaggio”. Un piccolo tesoro cresciuto ed arricchito nel corso degli anni grazie al piacere di disegnare gli spazi architettonici, il verde, le inquadrature per un albero, un getto d’acqua, una collina sullo sfondo. L’artista, ad esempio, parla della stanza della pittura dove ha voluto una lunetta per far entrare il tramonto, un tondo per inquadrare un albero, e il finestrone come se fosse una pala d’altare. “Mi hanno guidato – spiega Paladino – la sensazione spaziale, necessità di luce e di sguardo per ottenere un ambiente armonioso. Come tante note da organizzare sino a raggiungere una forma musicale compiuta”.

Come sanniti dovremmo essere molto grati a Mimmo Paladino per la sua testimonianza di amore e di attaccamento alla nostra comune terra. Spesso il maestro è stato anche dimenticato dai propri concittadini come capita spesso a quanti diventano personaggi riconosciuti in tutto il mondo. Ma le parole di Paladino devono far riflettere ciascuno di noi sul rapporto che abbiamo con il territorio che viviamo quotidianamente. E’ facile lamentarsi e recriminare ma la sfida sta nell’esprimere l’orgoglio di essere beneventani e sanniti, nel difendere il proprio patrimonio storico, culturale e monumentale e nel presentare il nostro territorio in chiave positiva.

Abbiamo grandi potenzialità perché abbiamo grandi radici come ha spiegato così bene Paladino nell’intervista a “L’Espresso”. Dovremmo soltanto spogliarci degli abiti vecchi che indossiamo per guardarci con occhi diversi. Un buon proposito per l’anno appena cominciato.

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