Il declino del modello americano: ricchezze private e povertà comune

Non ricordo da quanti anni politici, economisti, psicologi, giornalisti e chi più ne ha più ne metta ci hanno fatto credere che gli Stati Uniti fossero la patria del progresso e della felicità. Questa convinzione era basata sostanzialmente sul rapporto tra denaro e felicità: più si è ricchi più si è felici. Per via della crisi economica, ci siamo svegliati da questo sogno e ci siamo accorti che in America la ricchezza è aumentata ma le persone sono sempre meno felici. Non è una percezione questa; a parlare sono le statistiche.

I dati, infatti, ci dicono che alla crescita economica non sempre corrisponde il benessere. Nei Paesi cosiddetti ricchi, la crescita ha sicuramente portato elementi positivi come l’accesso ai beni di consumo e a vite più lunghe e salubri. Eppure qualcosa è andato storto visto che ci sono un aumento delle malattie e un’impressionante crescita di ansia e depressione.

Questi indici di infelicità prescindono dall’aumento del reddito e sono causati principalmente dal declino dei beni relazionali. E’ il destino della società del consumo: scade la qualità delle relazioni tra le persone; la solitudine è diventato un problema di massa; abbiamo difficoltà comunicative, aumenta la paura, il senso di isolamento, la diffidenza, l’instabilità delle famiglie, le fratture generazionali, la diminuzione della solidarietà, dell’onestà, della partecipazione e dell’impegno sociale.

Il paradosso è che prosperità economica può fare rima anche con povertà sociale. Gli americani sono sempre più poveri di tempo e di relazioni, di fiducia nelle loro istituzioni, di benessere. Perciò gli studiosi dicono da anni che la crisi non è soltanto economica e finanziaria. Siamo dinanzi ad una crisi sociale profonda anche se gli Usa conservano il fascino della prosperità economica.

Come hanno pensato gli americani di risolvere il problema del degrado dei beni relazionali ed ambientali? Semplicemente attraverso il consumismo, andando a comprare grazie ad una pubblicità che induce continuamente ad entrare in un negozio per dare una risposta alla propria insoddisfazione. Si è diffusa una cultura del consumo. Essere consumisti significa avere una elevata priorità nella vita a motivazioni come soldi, consumo vistoso, successo e, al contrario, una bassa priorità per gli affetti, i sentimenti, le relazioni. Le persone consumistiche sono meno felici, hanno maggiori sintomi di ansia, di irritabilità, maggior rischio di depressione, guardano più televisione. Gli individui più consumisti hanno relazioni peggiori con gli altri. Sono meno generosi, empatici, cooperativi. Hanno maggiore tendenza all’amicizia strumentale, al cinismo, alla sfiducia negli altri. La cultura del consumo si diffonde perché la pubblicità ha un impatto enorme. E’ in questo modo che è stato creato un mondo di ricchezze private e di povertà comune.

E l’Europa come sta messa? Non male come gli Stati Uniti ma alcuni sintomi sono comuni e devono far scattare il famoso campanello di allarme. Il modello americano è fallito, non ha altro spazio. Sarebbe folle se fosse esportato altrove. Negli Usa ogni nuova generazione rispetto alla precedente si dichiara meno felice, aumentano le malattie mentali, ha maggiori valori del consumo.

Bisogna cambiare strada. Come? Adottando politiche per la felicità. La ricetta è il cambiamento. Bisogna cambiare la scuola, le città, il lavoro, la sanità, i media, la democrazia. Si potrebbe iniziare dalle città, ad esempio, che sono state pensate come punto di aggregazione anche se l’evoluzione recente è stata il declino degli spazi relazionali e la nascita dei centri commerciali come spazi relazionali. Come prima cosa bisognerebbe eliminare il traffico ed investire sul trasporto pubblico di massa.

Queste riflessioni sono state pronunciate dal prof. Stefano Bartolini, docente di Economia Politica all’Università di Siena, per il terzo incontro di “CIVES – Laboratorio di formazione al bene comune” presso il Centro di Cultura “R. Calabrìa”. La relazione è stata dedicata al tema “Felicità e città”.

About Pellegrino Giornale

Lascia un commento