I libri difendono la libertà interiore, perciò sono pericolosi e li bruciano

“Quand’ero piccolo, da grande volevo diventare un libro. Non uno scrittore, un libro: perché le persone le si può uccidere come formiche. Mentre un libro, quand’anche lo si distrugga con metodo, è probabile che un esemplare comunque si salvi e preservi la sua vita di scaffale; una vita eterna, muta, su un ripiano dimenticato di qualche sperduta biblioteca”.

Pierluigi Battista sceglie le parole di Amos Oz per dare il via al suo ultimo pamphlet “I libri sono pericolosi perciò li bruciano” uscito per Rizzoli (pagg. 154, euro 11,00). La realtà dei fatti è molto terribile: continuano a bruciare libri. Sulle pubbliche piazze ma anche nelle piazze virtuali dei social network. E’ proprio ai nuovi piromani del web che si rivolge l’editorialista del Corriere della Sera che però non intende assumere il tono corrucciato e severo del deploratore di professione né tantomeno dire che i roghi dei libri sono uno spettacolo dei tempi bui dell’ignoranza. Non è una buona strada neppure affermare che la colpa è sempre degli altri perché forse il piromane è anche tra noi.

Come neutralizzare allora i piromani? La prima cosa da fare è conoscerli. Non sono mostri o alieni ma frutto di una fede o di un sistema di idee che ci appaiono affascinanti, belli, giusti, generosi. L’altra cosa da fare è non santificare i libri che spesso rendono migliore chi li legge ma spesso lo rendono peggiore. Nel libro Battista ricorda che molti dittatori e molti inquisitori sono stati e sono lettori formidabili.

Si può rimanere inermi dinanzi a chi, impunito, continua a bruciare libri? Evidentemente no e quindi bisognerebbe finalmente prepararsi alla difesa, scrutando le mosse dei persecutori e degli intolleranti, cercando di capire da dove vengono, cosa li ispira. Il loro credo sta tutto nel titolo del lavoro di Battista. I nuovi piromani sono ispirati dalla convinzione che i libri sono pericolosi e perciò vadano distrutti.

Ma proprio perché sono pericolosi secondo Battista i libri non vanno bruciati ma salvati. A questa conclusione si arriva dopo un lungo viaggio. Nel volume si parla di Pol Pot, di Hitler, di John Edgar Hoover, di Khomeini. Tutti loro sapevano che i libri sono pericolosi. D’altronde, il rogo dei libri attrae i fanatici che vogliono esercitare la tirannia di una dottrina. Per il piromane, i libri contengono un fiume di idee che è esploso nel contrasto tra inquisiti ed inquisitori. I libri poi diventano pericolosissimi in mano alle donne che, bollate come streghe, vengono bruciate assieme ai libri, soprattutto se si trattava di romanzi che servivano a corrompere le masse.

Non è però un fenomeno lontano da noi. Anche nell’era della infinita riproducibilità tecnica, l’invocazione al rogo dei libri esercita un suo sinistro richiamo seduttivo. Ai giorni nostri la piazza virtuale tende a sostituire quella dove si accendono realmente i fuochi. Ci sono i social network, in particolare, dove i libri vengono bruciati per mezzo anche di uno smartphone. Non preoccupiamoci dell’evoluzione perché la soddisfazione del piromane dell’intolleranza sarà comunque imponente.

Ma perché allora i libri vanno salvati? La risposta sta nell’episodio finale che Pigi Battista racconta e che riguarda le ragazze colte e brillanti che vivono nel buio dell’integralismo iraniano. Nonostante tutte le vessazioni a cui le donne sono costrette, portano nella casa della loro docente i libri prediletti e messi al bando, che poi sono gli strumenti della loro libertà nascosta, insieme a cosmetici, abiti, smalti, acconciature. E’ questa resistenza silenziosa che ci comunica la libertà interiore difesa soltanto da un libro. In ogni libro, infatti, c’è la memoria segreta delle parole stampate “che in qualche oscuro angolo del mondo restano integre, sfidando la minaccia di migliaia di roghi. Sarà ingenuo, ma ci si può provare ancora”.

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