Come apprendere l’arte della speranza per costruire la felicità

L’economia arranca, il lavoro non c’è, i luoghi della socialità si svuotano. Molto sta cambiando intorno a noi e non sempre è un bene visto che tanti uomini e donne si dichiarano non realizzate. Proprio la condizione difficile del presente nel quale viviamo pone al centro la tematica della felicità. Per molti anni questa realtà è stata un bene dimenticato. Se ne è sempre parlato molto ma la felicità non è stata mai affrontata scientificamente.

Cerchiamo anzitutto di dare una definizione della parola felicità. Secondo il vocabolario Garzanti, “la felicità è lo stato d’animo (emozione) positivo di chi ritiene soddisfatti tutti i propri desideri”. Epicuro ci aiuta a chiarirci le idee quando afferma che “la felicità è un bene lontano. Non c’è età per la felicità; è nella conoscenza delle cose”. Secondo l’etica di Epicuro, nella vita naturale l’uomo allontana da sé il dolore sia fisico che psichico e la sua assenza porta di conseguenza alla felicità. L’uomo potrà raggiungere più facilmente la felicità se riuscirà a soddisfare i piaceri naturali e necessari. Epicuro parla di eudemonia come condizione di serenità che è più difficile da vivere se si punta a soddisfare i desideri non naturali e non necessari come il successo e il potere.

Fino agli anni ’80 l’attenzione era concentrata internamente sull’assenza del disagio. Oggi, invece, la felicità è vista come benessere. Ad introdurre tale concetto in psicologia è stato Seligman. Lui parla di costruzione della felicità cioè come di un processo di miglioramento della propria vita. La felicità, quindi, è un senso generale di appagamento complessivo della persona che, come ha sottolineato Argyle, può essere scomposto in aree specifiche.

Ciò significa che la felicità è legata al numero e all’intensità delle emozioni positive che la persona sperimenta, facendo entrare in gioco parole come emozioni ed appagamento. La felicità nasce dal provare emozioni positive riguardo al passato e al futuro, dal saper assaporare sensazioni positive, dai piaceri dell’esistenza, dal saper tratte abbondante gratificazione dalle proprie potenzialità personali e dal saper usare tali potenzialità per metterle al servizio di qualcosa di più grande e per dare un senso alla propria esistenza.

L’obiettivo è il passaggio dalla vita piacevole alla vita buona attraverso la realizzazione di sé. La felicità, infatti, è ben-essere. Significa voler trovare nel presente quelle emozioni che ci fanno sentire ciò che stiamo vivendo. A questa componente, però, si collega generalmente uno stato di esperienza ottimale, cioè il sentirsi assorbiti al punto tale da perdere il senso del tempo.

La felicità è anche un diritto tanto è vero che è un valore espresso nella Costituzione italiana all’articolo 3 e nella Dichiarazione del Diritti dell’Uomo.

Chiediamoci anche da dove nasce la felicità e cosa possiamo fare per mantenerla. La felicità più dolce è quella che ci arriva senza cercarla. Forse l’azione non porta sempre alla felicità ma ricordiamoci che non c’è felicità senza azione. Nello sviluppo della felicità c’è una componente genetica: la felicità è anche innata ma si può costruire. Sicuramente la società ci può rendere felici perché la scelta dell’altro ci fa sentire realizzati. Non c’è relazione, invece, tra denaro e felicità: un concetto molto importante in tempi in cui abbiamo assistito alla dittatura del Pil.

C’è poi la componente individuale ossia il “come pensi… stai”. E’ l’eterna battaglia tra ottimismo e pessimismo. Dovremmo privilegiare l’ottimismo realistico a quello ottuso e ingenuo per combattere costantemente il pessimismo. L’ottimismo realistico ridimensiona il fallimento e lavora al cambiamento. Essere ottimisti realistici, in definitiva, ci permette di apprendere l’arte della speranza: ossia di portare con sé il desiderio di migliorare sempre, senza fuggire ma stando nella realtà.

Di cosa avremmo bisogno per essere più felici? Ricordiamoci sempre che la felicità non si trova, va costruita per se stessi e per la collettività. Io posso essere felice e posso rendere felici gli altri. La reciprocità della felicità può condurre al bene comune. Non possiamo pensare soltanto a soddisfare la nostra felicità ma bisogna essere promotori di felicità.

About Pellegrino Giornale

Lascia un commento