L’ideologia del gender è entrata nelle scuole. Quel prete ha ragione

E’ stato un bene l’episodio accaduto la scorsa settimana a Milano dove il responsabile del Servizio Insegnamento della Religione Cattolica è finito nella bufera per una comunicazione inviata ai seimila docenti di religione cattolica della Diocesi. La circolare evidenziava innanzitutto come “gli alunni di alcune scuole italiane sono stati destinatari di una vasta campagna tesa a delegittimare la differenza sessuale affermando un’idea di libertà che abilita a scegliere indifferentemente il proprio genere e orientamento sessuale”. Poi la spiegazione dell’iniziativa: “Per valutare in modo più preciso la situazione e l’effettiva diffusione dell’ideologia del gender vorremmo avere una percezione più precisa del numero delle scuole coinvolte”. Infine la richiesta ai docenti di “riportare il nome delle scuole in cui si è discusso di progetti di questo argomento”.

La lettera, firmata da don Gianbattista Rota, è stata girata da alcuni docenti alle associazioni Lgbt e al quotidiano La Repubblica. Una volta nota, è diventata oggetto di dichiarazioni e di proteste da parte di politici e di esponenti del mondo omosessuale. Addirittura 11 senatori del Partito Democratico hanno presentato un’interrogazione al ministro dell’Istruzione per fare chiarezza sull’iniziativa promossa dalla Curia ambrosiana. Ovviamente non poteva mancare la voce di Luxuria secondo cui in Italia c’è “un movimento molto integralista che vuole tappare la bocca a qualsiasi tentativo di affrontare l’argomento”.

A chiudere il cerchio ci ha pensato la stessa Curia che, in un breve comunicato firmato da don Rota, ha chiesto scusa sottolineando che la comunicazione era stata inviata da un collaboratore dell’Ufficio ed era formulata in modo inappropriato. L’intento originario, si legge nella nota stampa, “era esclusivamente quello di conoscere dagli insegnanti di religione il loro adeguato bisogno di formazione per presentare la visione cristiana della sessualità in modo scorretto e rispettoso di tutti”.

Un tentativo comprensibile quello della Diocesi del cardinale Scola per bloccare una gogna mediatica promossa dalla lobby che sostiene la cultura del gender. Francamente, però, sono tra coloro che non hanno apprezzato il passo indietro della Curia. L’Ufficio Scolastico Diocesano aveva posto un problema molto attuale che è ben presente ai docenti di religione cattolica i quali lo affrontano quotidianamente in classe con i propri alunni.

Insomma c’era poco da chiedere scusa. Don Rota ha perfettamente ragione ed ha fatto bene ad accendere un riflettore sul problema. Dietro la definizione della cultura di genere, c’è un’idea abbastanza diffusa nel mondo occidentale che la verità biblica tramandata sul Dio che creò femmina e maschio sia solo una narrazione mitologica e che la differenza sessuale di natura è solo una costrizione totalitaria. Quindi, ogni individuo sceglie il proprio genere sessuale attraverso la cultura e la crescita.

Nessuno discute del fatto che ognuno può scegliere un orientamento sessuale in libertà. Ciò che non si può fare è contestare l’appartenenza ad un genere maschile o femminile che deriva dalla natura alla nascita. Dietro la cultura di genere c’è una complessità di idee che riguardano la famiglia, la formazione.

Dunque, non si capisce perché la Curia più grande d’Europa non può avere il diritto di avere informazioni sugli orientamenti culturali scolastici. Bene ha fatto Giuliano Ferrara a scrivere una lettera al cardinale Scola nella quale ha evidenziato che non c’è nulla di cui scusarsi, almeno che non si voglia relegare la cultura cattolica in un ghetto estraneo a ciò che avviene nel mondo.

Invece la circolare ha provocato scandalo e la Chiesa milanese è stata assediata dall’incomprensione e dalle critiche. Più che chiedere scusa sarebbe stato meglio rivendicare la legittimità di un’iniziativa tesa semplicemente a fare chiarezza.

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