Chiude anche La Padania: i lettori fuggono dai giornali di partito

C’è poco da stare allegri dinanzi allo stillicidio dei giornali di partito che chiudono. Dopo Europa e L’Unità, quotidiani del Partito Democratico, anche La Padania, house organ della Lega Nord, ha annunciato che cesserà le pubblicazioni a partire dal 1° dicembre.

Non è un bel momento per l’editoria di partito se consideriamo che il panorama italiano si è già abbondantemente impoverito a causa della chiusura del giornale socialista L’Avanti! e del quotidiano di Rifondazione Comunista Liberazione, senza parlare delle difficoltà in cui si dimena la storica testata del Manifesto che si trova ad affrontare la procedura di liquidazione.

Se un giornale chiude non è una buona giornata per la democrazia ma forse è giunto il momento di prendere atto che i giornali di partito non hanno più ragione di esistere, per la semplice ragione che nessuno, o quasi, li compra e quindi li legge. Stamattina, rispondendo ad un lettore, Sergio Romano ha scritto sul Corriere della Sera: “Proverei rammarico se quei giornali fossero stati sostenuti dalla fedeltà e dai contributi dei lettori. Ne provo meno se penso che vivevano di contributi statali provenienti spesso dalle tasche di coloro che non condividevano necessariamente le loro idee”.

Un ragionamento difficile da scardinare visto che, a proposito della Padania, non ci sono più quattrini in via Bellerio e i tagli ai fondi per l’editoria sono stati il colpo di grazia per il quotidiano cui Umberto Bossi affidò il compito di diffondere l’immagine e il sogno della Padania indipendente. Il primo numero, datato 8 gennaio 1997, portava in copertina il titolo “Ministeri a delinquere”, aveva un articolo di spalla del Senatur, e di taglio una foto notizia: un uomo con il cappello in mano a chiedere la carità e la didascalia “Uno Stato da abbandonare prima di finire così”.

Altri tempi dato che oggi i dipendenti del quotidiano leghista sono finiti in cassa integrazione dopo che la foliazione del giornale era ormai da tempo ridotta a 12 pagine. Difficile che si torni indietro come potrebbe accadere con L’Unità. Il nuovo leader Matteo Salvini ha spiegato che “la Lega è al risparmio su tutto e quindi non ha rinnovato il proprio contributo all’Editoriale Nord. Ma in questo caso si tratta anche dell’ennesimo bavaglio calato dal governo Renzi che riduce i contributi per l’editoria che esistevano da anni”.

Davvero esagerato evocare la categoria del bavaglio e del complotto quando le statistiche dimostrano la realtà e cioè che i lettori hanno abbandonato da tempo l’editoria di partito. Non ci sono persone che comprano i giornali vicini alle forze parlamentari. Questa è la sostanza del ragionamento che non può prescindere da una logica di mercato. I fondi all’editoria sono un’assurdità in generale ma diventano fonte di rabbia per i cittadini nel momento in cui servono a sostenere iniziative editoriali che hanno l’unico scopo di dare visibilità a classi dirigenti autoreferenziali.

Detto ciò, ovviamente la chiusura de La Padania è una ferita per tutti come ha evidenziato mercoledì scorso Gian Antonio Stella. Il fallimento del quotidiano leghista non è solo economico ma anche politico e giornalistico. E’ fallita la governance aziendale ed il mercato è implacabile nel giudizio.

Dispiace per i giornalisti che resteranno senza lavoro. A loro tutta la nostra più convinta solidarietà. Della crisi dell’editoria di partito occorre prendere atto ma non c’è dubbio che la chiusura de La Padania lascia l’amaro in bocca anche a chi magari non ha mai condiviso una sola riga di quanto scriveva o strillava nei titoloni. Una voce che scompare resta comunque una ferita. E ci sentiamo tutti un po’ più soli.

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