La legge sulla diffamazione è un’occasione mancata contro il bavaglio

Pare proprio che in Italia non ci sia verso di fare una legge che tuteli fino in fondo la libertà di stampa ed il diritto dei cittadini alla piena informazione senza condizionamenti impropri. Con la sua approvazione in seconda lettura in Senato, si avvicina il momento dell’entrata in vigore della nuova legge sulla diffamazione. Il testo finale, che potrebbe essere modificato nuovamente dalla Camera dei Deputati dove sta per tornare, non appare la migliore soluzione.

Aspettando di capire cosa accadrà nell’aula di Montecitorio, l’impianto normativo licenziato ieri dal Senato con 170 sì e soltanto 10 no oltre a ben 47 astenuti, appare già sufficientemente chiaro. Per cominciare bisogna dire che è stata cancellata la pena del carcere per i giornalisti condannati. Vengono previste però modalità più severe per le procedure di rettifica e ciò varrà anche per le testate online. La rettifica dovrà essere pubblicata gratuitamente, senza commento, con un format ben preciso. Per le sanzioni pecuniarie si parla di 10 mila euro se c’è l’attribuzione di un fatto determinato e fino a 50 mila euro se c’è la consapevolezza della falsità del fatto.

Nel testo di legge c’è anche un’apertura per il diritto all’oblio su internet. Recependo una sentenza della Corte di Cassazione del 2012 si stabilisce che l’interessato può chiedere l’eliminazione dai siti internet e dai motori di ricerca dei contenuti diffamatori o dei dati personali trattati in violazione della legge. In caso di rifiuto, un cittadino può rivolgersi ad un giudice per ottenere la rimozione di immagini e di dati.

Tutto ciò autorizza a dire che il Senato ha perso un’occasione per tutelare il diritto dei cittadini ad avere un’informazione libera, rispettosa della verità e delle persone, come ieri ha avuto modo di sottolineare l’Unione cronisti italiani. Certamente è positiva la decisione di abolire la pena del carcere; molto meno le sanzioni pecuniarie così salate tanto è vero che la Federazione Nazionale della Stampa ha giustamente parlato di un “bavaglino”, di berlusconiana memoria.

Sugli aspetti critici della legge vale la pena riprendere gli argomenti sollevati oggi dalla prof.ssa Caterina Malavenda sul Corriere della Sera. Innanzitutto tutti i mezzi, dai giornali cartacei a quelli online, sono costretti nelle stesse regole. Inoltre, l’omesso controllo del direttore è sempre sanzionabile anche se l’autore dell’articolo è noto. Si sarebbe potuto fare di più e meglio, ad esempio, diversificando le regole, a seconda del mezzo, eliminando la norma sulla responsabilità del direttore, se è noto l’autore, fissando regole più stringenti per i risarcimenti da lite temeraria, modulando meglio la rettifica, consentendo una maggiore libertà di scelta e la facoltà di replicare quando appaia inevitabile e prevedendone la collocazione in una spazio convenzionale.

Argomenti di buon senso che non appaiono come richieste assurde della “casta” dei giornalisti ma come un aiuto a migliorare una legge che presenta numerosi lati oscuri.

Occorre dire però che Michele Serra, su Repubblica, ci invita a non gridare allo scandalo. “Proprio perché la questione è complicata, e di bruciante interesse pubblico, si potrebbe fare un passetto in avanti evitando di definire legge bavaglio qualunque provvedimento che intenda offrire una difesa alle vittime di diffamazione. Essere diffamati, o leggere notizie false sulla propria persona, non è un incidente indolore, è un’offesa grave”.  Ciò è vero però ci permettiamo di aggiungere nella misura in cui al diritto dei cittadini di difendersi da presunte diffamazioni corrisponde il diritto dei giornalisti di poter esercitare in piena libertà la loro professione seppur nel rispetto delle regole deontologiche che restano punto di riferimento per tutti e oltre le quali non occorre andare.

 

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