La storia del giudice di Ceppaloni che si è dimesso per il caso Ruby

A Benevento e nel Sannio è passata sotto silenzio la notizia del giudice che ha lasciato la toga perché voleva la condanna di Silvio Berlusconi. Enrico Tranfa, il presidente del collegio della Corte di Appello di Milano nel processo Ruby, giovedì scorso si è dimesso di colpo dalla magistratura con una scelta che ha svelato il suo radicale dissenso alla decisione, maturata nella terna del suo collegio, di assolvere l’ex presidente del Consiglio dalle accuse di concussione e prostituzione minorile che in primo grado ne avevano invece determinato la condanna a 7 anni di reclusione.

70 anni, in magistratura dal 1975, Enrico Tranfa è un campano, precisamente originario di Ceppaloni come suggerisce il suo cognome molto diffuso nel paese dell’ex ministro della Giustizia Clemente Mastella. Tranfa ha esercitato in gran parte a Milano anche se il suo primo incarico è stato ad Oristano. Dal 2012 era alla guida della seconda sezione penale della Corte di Appello presso il Tribunale lombardo.

Il sannita Tranfa è balzato agli onori della cronaca nazionale dopo essersi immediatamente dimesso all’atto della firma delle 330 pagine delle motivazioni della sentenza d’appello, frutto della camera di consiglio del 18 luglio scorso a cui partecipavano anche i colleghi magistrati Alberto Puccinelli e Ketty Locurto. Dopo 39 anni di servizio ha scelto di andare in pensione con 15 mesi di anticipo sul previsto. Non poteva non firmare le motivazioni perché per legge il presidente di un collegio non può non farlo, altrimenti l’atto è come se non esistesse. Perciò a Tranfa non restava che un gesto di protesta muto ossia le dimissioni non accompagnate da alcuna spiegazione al Consiglio Superiore della Magistratura e agli uffici giudiziari.

A dire il vero, Tranfa ha parlato. Lo ha fatto il giorno seguente la diffusione della notizia. In un colloquio con Piero Colaprico di Repubblica, il giudice di Ceppaloni ha spiegato che la sua è stata “una decisione solitaria, maturata a lungo, meditata, che io solo potevo prendere, e senza chiedere consigli a nessuno”. Una scelta solitaria e silenziosa, meditata in un pellegrinaggio a Lourdes, che Tranfa ha giustificato così: “Non volevo e non voglio fare polemiche, non cercavo e non cerco popolarità. Anzi, vorrei proprio scomparire”.

“Ne prendo atto e mi preoccupo di assicurare la funzionalità della sezione”, è stato il commento del presidente dell’intera Corte d’appello di Milano, Gianni Canzio, mentre gli altri due giudici del collegio sono stati presi completamente di sorpresa dalle dimissioni del collega. Sul caso Tranfa è già montata la fisiologica polemica politica con contrapposte letture. Solidarietà è arrivata dal Partito Democratico; scontate critiche di faziosità invece da parte degli esponenti di Forza Italia.

I commentatori sono alla ricerca delle motivazioni delle inedite, impreviste dimissioni. Certamente i trascorsi professionali di Tranfa non danno sponda a particolari interpretazioni. Come hanno notato Luigi Ferrarella e Giuseppe Guastella sul Corriere della Sera che ha dato in anteprima la notizia, il giudice è collocabile nella corrente di centro di “Unità per la Costituzione”. A Milano dal 1979 come giudice penale, poi giudice civile, quindi all’Ufficio dei Gip quando nel 1989 entra in vigore il nuovo codice, per tre consiliature è stato eletto nel Consiglio Giudiziario del distretto. Presidente del Tribunale del Riesame nel 2002, nel 2010 è al Tribunale di Sorveglianza di Varese e dal 2012 di nuovo a Milano in Corte d’Appello. Non prettamente una carriera da antiberlusconiano come invece la stampa vicina all’ex Cavaliere sta facendo credere in questi giorni.

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