La decadenza dell’Italia e il ruolo degli intellettuali

Vale la pena riprendere il dibattito che si è sviluppato in questi giorni sulle colonne della Stampa di Torino. La provocazione è stata lanciata da Luigi La Spina nel numero di lunedì 29 settembre. L’Italia non è un Paese per giovani e neppure più per intellettuali. “Dove sono finiti gli eredi non solo di Croce e Gentile, ma di Pasolini, di Sciascia, di Bobbio?”, si è chiesto La Spina, denunciando la silenziosa scomparsa di questa figura che tanta parte ha avuto nel dibattito pubblico del Novecento, e in particolare del secondo dopoguerra. Non c’è più un Gruppo 63, non c’è un confronto aspro come quello che accolse il Mussolini di De Felice, non ci sono riviste come il Politecnico di Vittorini, il Mondo di Pannunzio, Tempo presente di Silone. Intellettuali organici e disorganici, “utili idioti” e “foglie di fico”, di destra, di sinistra, compagni di strada: chi li ha visti? E soprattutto: chi li ha uccisi?
Domande che hanno subito acceso la discussione nelle pagine culturali del quotidiano diretto da Mario Calabresi. Le prime due risposte sono arrivate nell’edizione di martedì 30 settembre. Per lo storico Gian Enrico Rusconi gli intellettuali non sono spariti. Molti sono annichiliti dalla loro irrilevanza, altri resistono perché fanno parte del giro dei grandi media (Cacciari, Rodotà, Magris). “La maggior parte degli altri intellettuali sono o si sentono fuori gioco” e sono alla ricerca di un ruolo nuovo nella piazza dove si ritrova il popolo attraverso i festival culturali e iniziative similari. Anche in questo contesto, però, l’intellettuale si dà all’intrattenimento piuttosto che alla formazione culturale.
Lo scrittore Antonio Scurati fa osservare che “a essere emarginato è soprattutto il letterato” e che “l’intellettuale è degradato ai lavori manuali” cioè “diviene un soldato semplice – spesso soldatino di latta – nello sterminato esercito della loquacità di massa”. La responsabilità principale è della televisione con cui non c’è più rapporto pedagogico, distanza professorale, nessuna distinzione di contenuti, nessuna gerarchia di ranghi. “Tutto sommato – conclude Scurati il suo ragionamento – non c’è alcun motivo di allarmarsi. Nessun demonio abita la televisione o la rete. E’ solo lo spirito del tempo. Un tempo non migliore né peggiore di altri. Tranquilli, non c’è nessuna apocalisse all’orizzonte. Semmai, è alle nostre spalle”.
Riprendendo i concetti di Scurati, l’esperto di comunicazione Massimiliano Panarari chiede mediatori autorevoli per il mondo digitale: “All’intellettuale impegnato si sono in buona misura sostituite le figure dello specialist e dell’esperto, veicoli non di cultura umanistica ma, all’americana, di competenze specifiche applicate anche alla politica, e in possesso di un’indiscutibile influenza”. Mancano, invece, “gli intellettuali capaci di introdurre germi di pensiero critico nello spirito dei tempi, qualunque esso sia. Ed è di questi che c’è una certa necessità nell’epoca della post-democrazia e della democrazia del pubblico dove fermentano populismi e antipolitiche di vario genere”.
Anche lo scrittore Marco Belpoliti, infine, sostiene che l’intellettuale non è scomparso, solo che da sacerdote del vero deve diventare interprete del mutevole. “Quale spazio resta agli intellettuali in un mondo di pulviscolare, globalizzato, fluttuante? Di essere degli interpreti, ovvero di leggere i significati del mondo, leggerlo in modo giusto, perché ci sono interpretazioni giuste ed interpretazioni sbagliate. Occorre discernerle. Nel mondo dei consumatori, il compito dell’intellettuale è quello di mediare la comunicazione tra province delimitate o comunità di significato, tra le realtà che nella Rete pensano in termini di novità e di futuro e sperimentano comportamenti critici. Non più proclamare la Verità, come nell’epoca dei puritani. Lavoro difficile, faticoso e ingrato. Qualcuno lo dovrà pur fare. Coraggio intellettuali, ancora uno sforzo!”.
Per concludere non resta che consigliare un paio di libri sul tema per chi volesse approfondire il dibattito avviato da La Spina. Il primo è di Pierluigi Battista, editorialista del Corriere della Sera, dal titolo “I conformisti. L’estinzione degli intellettuali d’Italia” (Rizzoli, 2010, 222 pagine, 18 euro). L’altro è “Intellettuali del piffero. Come rompere l’incantesimo dei professionisti dell’impegno” (Marsilio, 2013, 272 pagine, 18,00 euro) di Luca Mastrantonio.

 

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