Le dimissioni di Marco Alfieri e il decalogo del giornalismo digitale (e non solo)

Marco Alfieri si è dimesso da direttore del sito di news “Linkiesta”. Confesso che non ne sapevo nulla anche se la sua decisione era nell’aria da alcuni giorni. La notizia l’ho appresa mentre ero a Napoli. Aspettavo l’inizio di una riunione consultando sul mio ipad l’aggiornamento di Twitter quando mi sono imbattuto in un annuncio del “Post” di Luca Sofri che dava conto delle dimissioni di Alfieri.

E’ il secondo direttore che lascia il sito in quattro anni. Prima di Alfieri, infatti, si era dimesso il fondatore Jacopo Tondelli. “Linkiesta” è uno dei pochi siti di news italiani generalisti e di qualche rilevanza tra quelli nati online – nel 2010 – e ha ottenuto attenzioni e visibilità ma traffico e investimenti insufficienti a coprire i propri costi. Questo è d’altronde il problema principale che lo stesso Alfieri aveva affrontato nell’ultimo editoriale intitolato “Cosa si impara lavorando in un giornale digitale”.

La storia di Marco Alfieri mi aveva colpito fin dall’inizio della sua avventura di direttore nel 2013. Non tutti i giornalisti, infatti, hanno il coraggio di rinunciare ad un consistente contratto di inviato con una grande casa editoriale come quella della Stampa di Torino per avviare l’esperienza, molto più incerta e piena di incognite, del giornalismo digitale. Alfieri aveva voluto osare, rinunciando ad un posto sicuro e tentando di rilanciare un giornale online che ha l’ambizione di definirsi indipendente, allargando la platea dei lettori e coinvolgendo nuove firme. Tutto ciò non è servito visto che la proprietà ha annunciato nuovi e più pesanti tagli ed Alfieri ha deciso di mollare.

Nonostante la conclusione di questa esperienza, la sfida per Alfieri rimane sempre quella: “Rompersi la testa su come fare un giornale bello, autorevole, divulgativo, radicalmente nuovo e quindi sostenibile, capace di produrre ricavi”. Perché sta tutto qui il succo del ragionamento: posto il successo dovuto alla diffusione di internet, noi operatori dell’informazione dovremmo finalmente avere il coraggio di ammettere i conti disastrati dell’editoria digitale indipendente in Italia.

Il quadro è difficile, dice Alfieri, perché non abbiamo gestito il cambiamento ma lo abbiamo subito.

“Il problema è che il prodotto che facciamo, su carta e su web, non funziona più (o non funziona ancora) e va rivoluzionato. Bisogna inventare o re-inventare (a seconda dei casi) una forma giornale capace di attrarre audience e nuovi investitori. E bisogna dirselo con franchezza. I numeri dei bilanci hanno una loro fredda oggettività”. La rivoluzione deve coinvolgere il giornalismo a 360 gradi: formati e linguaggi nuovi, organizzazione/redazione, il nostro ruolo, le nostre responsabilità, la nostra formula contrattuale. Va rivisto tutto, senza tabù, consiglia Alfieri che poi, nella sua riflessione, elenca alcune lezioni venute fuori dalla sua esperienza a Linkiesta che riporto schematicamente in un decalogo:

1)      Un giornale digitale per essere innovativo e quindi sostenibile deve avere un cuore tecnologico. La tecnologia non è una commodity o una spesa da comprimere come pensa qualcuno. La tecnologia è il motore immobile di tutto.

2)      Non ci sono rendite di posizione che ti porti dietro dalla carta stampata, tutto viene misurato, tracciato. Non esistono firme, non esistono salotti e salottini che ti schermano, non esistono contenuti più contenuti di altri.

3)      Non funzionano i giornali di carta proiettati sul web. È stato il vero errore di questa esperienza editoriale: troppi costi fissi sbilanciati sul lato giornalisti. Scrivo il mio pezzo e poi arriveranno magicamente il traffico, la pubblicità e i ricavi.

4)      Non esiste più, nella testa e nelle scelte del lettore, il monopolio del testo scritto. Ogni fatto, ogni storia, ogni notizia, ogni approfondimento ha una sua modalità di rappresentazione. I mezzi davvero nativi digitali hanno sviluppato grammatiche nuove, molto diverse tra loro, il cui filo rosso è l’essere radicalmente diverse rispetto a quelle tradizionali, tanto da non definirsi più in funzione del mezzo che usano per raccontare un fatto.

5)      Non esiste un giornalismo di serie A, di serie B e di serie C ma solo buona e cattiva informazione.

6)      Non si possono più fare giornali per gli addetti ai lavori, i colleghi o i direttori dei giornali in cui speri di andare a lavorare. Non sono più sostenibili (se mai lo sono stati). I giornali non possono più essere ermetici. Anche le cose alte o complesse vanno raccontate con chiarezza.

7)      Solo se sei sostenibile sei anche indipendente altrimenti dipenderai sempre dalle tasche e dalle agende di qualcun altro.

8)      Per fare un giornale davvero nuovo servono azionisti e amministratori capaci ben oltre la passione, i soldi e il tempo che ci mettono, pari solo alla presunzione di essere “imparati”, sapere tutto loro.

9)      Per fare un giornale davvero nuovo devi partire dal prodotto e dagli investimenti, non dai costi da comprimere, altrimenti non vai da nessuna parte.

10)  Non ha più senso fare l’ennesimo “Corrierino della Sera” senza le gambe per generare interessi e traffico sufficientemente ampi per stare in piedi.

Non penso che la storia di Marco Alfieri a Linkiesta sia stata un insuccesso. Le sue dimissioni, al contrario, saranno molto utili se saremo capaci di prendere consapevolezza che “tutto verrà scardinato. Niente sarà più come prima, su carta e su web”.

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